Voglio iniziare dalla fine della mia storia di dolore:
prima all’indietro e poi in avanti.
1. La fine della storia
Quasi due anni fa Giuliana, mia
moglie, è morta. Uso volutamente il termine più diretto perché quello della
morte è un passaggio serio, che dovrebbe essere vissuto con il massimo di
autenticità, e l’autenticità non sopporta giri di parole.
Giuliana è morta tra le mie braccia,
mentre tenevo la sua mano tra le mie. Quando il battito è scomparso, e nessun
inspiro ha fatto seguito all’espiro, sono restato attonito, incapace di
rendermi conto pienamente di quello che era accaduto. L’attimo di sospensione
si è spezzato quando, dietro di me, qualcuno, non so chi, è scoppiato in pianto.
Dei tempi successivi ho memoria molto approssimativa e non continua:
riaffiorano adesso, dopo quasi due anni, sprazzi di visioni, scorci della casa,
visi conosciuti, lacrime, preghiere, domande, racconti ripetuti mille volte, e
oggetti, tutti i simboli inconfondibili del lento spegnersi di una vita.
La cerimonia funebre, altro momento
molto critico: la scelta febbrile della foto, delle letture, della tipografia,
una girandola incredibile, alla quale ho più assistito che partecipato, la
conclusione della Messa, il lungo sfilare degli amici, l’allucinante ritorno a
casa, una casa senza la sua presenza, nella quale non c’era oggetto, posizione,
situazione che non ricordasse la presenza piena, allegra, affettuosa, attenta
ed accogliente di Giuliana. (continua)