Letture: Qo 1,2; 2,21-23; Sal 94; Col 3,1-5.9-11; Lc 12,13-21
«Vanità delle vanità, dice Qoèlet,
vanità delle vanità: tutto è vanità» (Qo 1,1).
Nell’amara e disincantata constatazione con cui si apre il libro di Qoèlet possiamo riconoscere un invito al discernimento: su che cosa è possibile fondare, in modo solido e non vano, la propria vita e il suo significato? Forse la riflessione alla quale giunge la sapienza di Israele va ancora più in profondità: non soltanto sul cosa, ma sul come, su quale atteggiamento? Anche realtà in sé positive e buone, quali il lavorare con sapienza, scienza e successo (cfr. Qo 2,21), sembrano tragicamente votate al fallimento e alla delusione. All’uomo non resta che rassegnarsi a percepire l’inconsistenza di tutto ciò che vive e per il quale molto fatica, o è possibile per lui sperare in una realtà che riscatti i suoi giorni dall’ombra della vacuità?
Siamo soliti intitolare la parabola che Gesù racconta in Lc 12 come ‘del ricco stolto’. Stoltezza o sapienza, come distinguere tra le due? Anche il vangelo ci sollecita a un discernimento, che del resto è sotteso a quanto scrive Paolo ai Colossesi: «cercate le cose di lassù… rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3,1-2). Che cosa cercare? Su cosa fissare lo sguardo, nella speranza di essere riscattati da una fatica senza profitto, o dagli affanni che neppure di notte lasciano riposare il cuore, come si lamenta Qoèlet?
A questi interrogativi Gesù sembra voler rispondere raccontando la parabola del ricco, anche se le sue parole muovono da una richiesta più circoscritta: «Maestro, dì a mio fratello che divida con me l’eredità» (v. 13). Probabilmente quest’uomo avanza una richiesta motivata, esige una giustizia che gli è stata negata. Gesù tuttavia sposta l’attenzione e invita a scendere a un livello più profondo. Se la nostra vita percepisce – ed è bene che sia così, anzi necessario – un insopprimibile bisogno di giustizia, quest’ultima da sola non basta a darle un fondamento stabile e duraturo. «Anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede», afferma Gesù al v. 15. Possiamo forse intendere questa parola in senso più ampio, facendo cadere l’accento non tanto sul contenuto del possesso (i beni, le ricchezze, l’abbondanza), quanto sull’atteggiamento stesso del possedere, o in altri termini su quella cupidigia dalla quale il Signore sollecita a tenersi lontani. Il possedere, infatti, più che mettere al centro della nostra vita i beni che bramiamo, finisce con il mettere al centro noi stessi e la nostra pretesa di tenere ben stretta in pugno la vita, come se essa dipendesse da noi e dall’opera delle nostre mani. Gesù denuncia l’inconsistenza di questa illusione: «la vita non dipende da ciò che egli possiede». La vita, in altri termini, non dipende da noi e dal confidare in noi stessi. Dipende da altro. È ben fondata quando riconosco di dover dipendere da un Altro e dal suo dono. Non da ciò che possiedo o che bramo con cupidigia, ma da ciò che ricevo e accolgo con gratitudine.
Qui passa il discernimento tra vana stoltezza e vera sapienza. Per la Bibbia lo stolto è colui che pensa: «Dio non c’è» (cfr. Sal 14,1), o vive come se non ci fosse, ovvero pensando che sia un Dio lontano, senza alcun interesse per noi e per la nostra storia. Stolto è colui che vive davanti a se stesso anziché davanti a Dio, confidando nel possesso delle proprie mani anziché nel dono di Dio. O, riprendendo più fedelmente la parola conclusiva di Gesù, stolto è colui che «accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio» (v. 21).
Con il racconto della parabola Gesù ci aiuta a comprendere in cosa consista più precisamente questo atteggiamento, o cosa significhi arricchire davanti a Dio senza accumulare tesori per sé. In altri termini, come sia la qualità di un’esistenza vissuta davanti a Dio, in relazione con il suo volto, e non davanti a se stessi, secondo uno sguardo autoreferenziale e narcisistico che, anziché incontrare il volto dell’altro, si rispecchia solamente nel proprio.
È interessante osservare cosa si cela nello spazio più interiore del ricco protagonista della parabola. «Egli ragionava tra sé»: così lo descrive Gesù, con grande intuito psicologico e finezza spirituale. Quest’uomo ragiona tra sé perché vive davanti a se stesso, chiuso nella sfera della sua autoreferenzialità. Una chiusura che lo porta addirittura a illudersi di possedere la propria vita, come mostra bene il v. 19: «Poi dirò a me stesso – ecco ancora il parlare solo tra sé e sé – Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, beni e divertiti». Anima, in greco psychè, potremmo perciò tradurre: vita mia. Quest’uomo tratta la vita come sua, quasi fosse un suo possesso, al pari del grano e degli altri beni che riempiono i suoi magazzini al punto da doverne costruire di più grandi. Questa è l’illusione del possesso, o la sua tentazione: il farci credere che, poiché possediamo molti beni, possiamo persino possedere la nostra stessa anima, la nostra stessa vita. «Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita”» (v. 20). Questa parola di Dio non è un giudizio che, in modo estrinseco, piove dall’alto su questo ricco, come a punire una condotta morale ingiusta. È piuttosto una parola di rivelazione, che porta alla luce la stoltezza di chi fonda la propria vita su qualcosa di inconsistente che ben presto viene meno. L’insipienza di questo ricco è simile a quella di chi costruisce la propria casa sulla terra, senza scavare le fondamenta, anziché fondarla sulla roccia (cfr. Lc 6,47-49 e Mt 7,24-27). La vita viene presto meno, non soltanto quando si muore fisicamente, ma quando si inizia già a vivere come ‘morti’, svuotando la propria esistenza dall’interno, scolorendo il suo significato, gustando l’amarezza della sua inconsistenza. Allora si finisce con il pensare che davvero ogni fatica è vana.
Luca, nel suo racconto, definisce spesso la ricchezza come iniqua o disonesta. Non perché possa essere acquisita o conservata con mezzi disonesti, per quanto molto spesso accada precisamente così; quella della ricchezza è una disonestà più profonda e subdola: consiste nell’illuderci con una promessa di felicità che invece non può mantenere. La sua promessa ben presto svanisce, in quanto infondata, e con essa viene meno anche la vita di chi è stato così stolto da darle credito.
Arricchire davanti a Dio esige un atteggiamento del tutto diverso: riconoscere che la propria vita dipende dal suo dono e non dai nostri possessi; sapere che è lui – non mammona – l’Amen (in aramaico con tutta probabilità i due termini mammona e amen condividono la stessa radice etimologica) su cui la nostra esistenza può fondarsi in modo stabile e duraturo. Arricchire davanti a Dio significa anche accogliere l’invito che Gesù farà qualche pagina più avanti, a conclusione di un’altra parabola, quella dell’amministratore disonesto: «io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne» (Lc 16,9; cfr. XXV domenica del Tempo ordinario, anno C). In altri termini: trasformate i vostri beni in relazioni, perché saranno le relazioni, le amicizie, a dare fondamento stabile alla nostra vita che, anziché venir meno come quella del ricco stolto, sarà accolta nelle dimore eterne. La relazione con Dio – vivere e arricchire davanti a lui – implica sempre la relazione con i propri fratelli. Trasformare i beni in relazioni significa in fondo passare dalla logica del possesso e della cupidigia, a quella della gratuità e del dono di sé. È la logica pasquale che risuona al cuore dell’evangelo di Gesù: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà. Infatti, quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?» (Lc 9,25-26).
Comprendiamo allora meglio l’invito di Paolo: occorre cercare le cose di lassù non per fuggire o evadere dagli impegni di quaggiù, dalle cose della terra, ma proprio per la ragione opposta: per dar loro il vero fondamento, stabile e duraturo. Così che il nostro molto faticare non sia vano.