La rivoluzione cristiana, a differenza degli altri movimenti rivoluzionari quasi sempre sporadici e contingenti, ha una tradizione e una continuità, un passato e un domani. Un moti-vo d'insoddisfazione, che costituisce non la colpa ma la beatitudine dell'uomo che ne è travagliato, ispira e guida la rivoluzione cristiana, che ha la sua storia nella storia della cristiani-tà. Ma non tutta la storia della cristianità è una esperienza rivoluzionaria nel senso vero che deve avere per noi questa parola; quindi, la storia della cristianità va intelligentemente ripuli-ta di quelle scorie e di quegli arresti che, ragionevolmente, scandalizzano quanti non riescono a riallacciarsi, attraverso i rivoli incontaminati di ogni tempo, alla purissima e viva sorgente del Vangelo e della storia della Chiesa.
PRIMO MAZZOLARI
SPERANZA IN UN TEMPO DI ARROGANZA E DI TERRORE di Jürgen Moltmann
La speranza cristiana è il potere di iniziare una vita nuova. «Nella mia fine vi è il mio inizio». E intendiamo: rialzarsi dopo la caduta e cominciare di nuovo. Ciò che è più difficile è rialzarsi e cominciare un nuovo inizio dopo il successo. Lo sviluppo del mondo occidentale, e ora del mondo moderno, è una storia-di-successo della mente moderna, scientifico-tecnologica. La sua globalizzazione dopo il 1989 in un unico mondo è stato un vero successo – per noi ma sfortunatamente non per tutti. Il tremendo fossato tra il Primo Mondo e il Terzo Mondo si è approfondito, milioni di migranti senza dimora sono in movimento e bussano alle porte dei paesi ricchi, la mortalità dei bambini in Africa è in crescita. I perdenti della globalizzazione del nostro mondo moderno reclamano il loro diritto a vivere e la libertà. Noi dobbiamo, credo, incominciare una “nuova globalizzazione”: un’azione globale contro la povertà e la fame, una liberazione globale dall’oppressione, e un rispetto globale per l’identità culturale. La globalizzazione per il domani significa la rinuncia all’arroganza del potere nel mondo occidentale e una solidarietà nella compassione con i feriti e i sofferenti sulla terra.
Il documento “Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno”, diffuso dalla Conferenza Episcopale Italiana, a vent’anni dalla pubblicazione di “Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno”, rappresenta prima di tutto un’importante pagina di discernimento comunitario. I Vescovi italiani (e non solo del Sud), dopo un percorso attento di riflessione e condivisione (che ha avuto nel convegno di Napoli del febbraio 2009 su “Chiesa nel Sud, Chiese del Sud” un decisivo riferimento), ripropongono l’attenzione sul Mezzogiorno nella diversificazione delle sue aree e dei suoi problemi, ma anche nella sua caratteristica unitaria, inquadrando la questione nell’ottica della vita dell’intero Paese, con lo stile pacato ma profondo che si addice ad una ricerca senza “ricette pronte”, ma che sa di poter contare su alcune salde certezze che derivano dalla fede, dalla testimonianza operosa della comunità ecclesiale, dalla passione per il bene comune espressa nell’impegno di tanti credenti. (continua, il documento integrale in allegato )
"Pronunciamo innanzi a voi, certo tremando un poco di commozione, ma insieme con umile risolutezza di proposito, il nome e la proposta della duplice celebrazione: di un Sinodo Diocesano per l'Urbe, e di un Concilio Ecumenico per la Chiesa universale". Era il 25 gennaio del 1959 quando, dopo la chiusura della Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani presso la Basilica di San Paolo fuori le mura, Papa Giovanni XXIII, nel monastero benedettino adiacente alla Basilica stupì tutti i cardinali presenti e l'intera Chiesa convocando il Concilio Ecumenico Vaticano II. A distanza di cinquant'anni ricordiamo quell'evento che segnò l'inizio di una nuova primavera per tutta la cristianità ripubblicando l'allocuzione di Giovanni XXIII con la quale annunciava il grande Evento.
"Possiamo chiederci se don Sturzo è stato un modello di prete.È difficile dirlo. Certo non credo sia immaginabile né tanto meno auspicabile nelle odierne circostanze un prete segretario di partito. Ma forse questa domanda non è di particolare utilità. Posto che fu testimone credibile, e che è ancora, e forse più di allora, testimone credibile, che importa se possa essere o meno anche un modello? Non abbiamo, forse oggi più che mai, bisogno di credenti, e di preti, che sappiano vivere la fedeltà nell’immaginazione, nella scelta, piuttosto che nella mera ripetizione? E se ci poniamo in questa prospettiva, ecco che la memoria di don Luigi si rivela feconda per la vita; ecco che la istanza di fedeltà al Vangelo e alla Chiesa, che sta di fronte ad ogni battezzato e ad ogni prete, si fa più bella......Don Luigi, come ogni prete dovrebbe, si è speso per edificare il popolo, e per essere compagno degli uomini e delle donne di buona volontà. Non possiamo usare mezzi termini: noi oggi conosciamo una lunghezza, una altezza, una profondità ed una larghezza della vita cristiana di cui una parte ci è stata mostrata, ci è stata spalancata dall’opera e dal pensiero, dalla vita di don Luigi. Se la nostra fede e la nostra Chiesa respirano, se sanno respirare a pieni polmoni della libertà che questi tempi ci consentono e a cui quasi ci obbligano, se la fede non è impaurita dalla coscienza, questo è ancora merito suo. Come Rosmini, come Manzoni, come Montini, don Luigi ci ha aiutato a sondare nuove dimensioni di quella misura alta di umanità che è la santità, come spesso ci ha ricordato Giovanni Paolo II. Ed in più, don Luigi ci ha insegnato quanto sia vero che nella Chiesa si può edificare senza primeggiare, si può fare molto con poco potere. Di quale magistero e di quale edificante testimonianza è stato capace permanendo nel servizio, quello vero e pesante, quello spesso incompreso, non quello che si menziona solo come fosse un soprannome dato a cariche, prestigio, o visibilità! (testo integrale in pdf)
Con la scelta del titolo, 60 anni fa, la Rivista anticipava una parola che con il Concilio Vaticano II sarebbe divenuta programmatica per tutta la Chiesa: l'«aggiornamento», un processo continuo di riforma della Chiesa nel suo dialogo con il mondo, che richiede di essere in grado di cogliere i «segni dei tempi». Operazione non scontata oggi, in una società in cui la fede ha perso la sua rilevanza. Il nuovo Direttore mette in evidenza due punti cruciali di questo aggiornamento, a cui la Rivista intende continuare a contribuire: la partecipazione all'istituzione di una democrazia e l'impegno a favore di una cultura laica. (testo in pdf)
Il fascicolo 5 del 2008 di Concilium è dedicato all’analisi teologica dell’esperienza storica e contemporanea della migrazione , e sull’attuale fenomeno della migrazione in se stessa, mettendone in luce le emerge. La rivista cerca di identificare le sfide e le opportunità, in un contesto sempre più globalizzato, per l’esperienza cristiana di cattolicità, nonché per la teologia.
Dal fascicolo riproduciamo, in allegato, il contributo del teologo americano Robert Schreiter “La cattolicità come struttura per affrontare la migrazione”. L’autore ricorda come nelle Scritture i racconti della migrazione sono spesso il luogo in cui avviene la rivelazione di Dio e in cui si manifesta la sua grazia. Il cattolicesimo ha una lunga tradizione da condividere: nelle stesse sue origini e nella sua essenza, esso è una chiesa transnazionale. E c’è anche un incessante dialogo tra diverse forme di cattolicità. L’Autore sostiene con forza che dalle esperienze della migrazione possano emergere una vita migliore e una più profonda spiritualità, ma anche quanto crudele e tragico possa essere il destino del migrante. Ecco perché la sensibilità cattolica non può ignorare l’urgente necessità di essere ecumenici e dialogici, soprattutto in relazione alle altre tradizioni religiose che sostengono la dignità e l’anima del migrante. Il dialogo religioso, dal punto di vista dei migranti, non è un dialogo tra esperti; esso cerca altri principi di dialogo. “Ero straniero e mi avete accolto”. Questa è la sfida per coloro che sono discepoli del Vangelo.
Durante il funerale all’Università Centroamericana (UCA) di San Salvador (El Salvador) Ignacio Ellacuría disse: «Con monsignor Romero Dio è passato per il Salvador», e alcuni mesi dopo scrisse, molto opportunamente: «È stato un inviato di Dio per salvare il suo popolo»1. Da questa prospettiva teologale ci accostiamo a monsignor Romero, “Padre della chiesa”.
Il testo integrale è leggibile nel sito Teologi@InternetForum teologico, a cura di Rosino Gibellini Editrice Queriniana, Brescia 161 (19/03/2010) ed è riprodotto in allegato
Quali possono essere le vie di rinnovamento dei legami necessari alla testimonianza della fede e alla costruzione della comunità cristiana? I cristiani, proprio perché appartenenti alla città e alla società degli uomini, devono essere cittadini veri, leali e solidali con gli altri con-cittadini possono dare il loro contributo alla polis; devono dare il loro contributo all’umanizzazione della convivenza civile e alla realizzazione di una società sempre più segnata da giustizia e pace, di rispetto della dignità della persona. Per a chiesa vi è una funzione “mediata” nei confronti della società, soprattutto attraverso la purificazione della ragione e il risveglio di forze morali; per i fedeli laici;vi è una funzione “immediata” nel partecipare in prima persona alla vita pubblica senza “abdicare – sono parole dell’enciclica Deus caritas est – alla molteplice e svariata azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale, destinata a promuovere il bene comune”.
Senza rischio che fede è? (La Stampa 22 settembre)
Può apparire paradossale la tentazione dell’ateismo, del nulla è costantemente in agguato anche, e forse soprattutto, per gli uomini e le donne di preghiera, per quanti vivono nella fede e nella salda adesione al Signore: anche loro possono giungere a lamentarsi del silenzio di Dio, a piangerne l’assenza e a invocarne una parola. Perché questo intrecciarsi della fede con il dubbio, perché sperimentiamo a volte la sterilità della fede e la fecondità del dubbio?