La rivoluzione cristiana, a differenza degli altri movimenti rivoluzionari quasi sempre sporadici e contingenti, ha una tradizione e una continuità, un passato e un domani. Un moti-vo d'insoddisfazione, che costituisce non la colpa ma la beatitudine dell'uomo che ne è travagliato, ispira e guida la rivoluzione cristiana, che ha la sua storia nella storia della cristiani-tà. Ma non tutta la storia della cristianità è una esperienza rivoluzionaria nel senso vero che deve avere per noi questa parola; quindi, la storia della cristianità va intelligentemente ripuli-ta di quelle scorie e di quegli arresti che, ragionevolmente, scandalizzano quanti non riescono a riallacciarsi, attraverso i rivoli incontaminati di ogni tempo, alla purissima e viva sorgente del Vangelo e della storia della Chiesa. PRIMO MAZZOLARI
AGAPE Marche
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    SPERANZA IN UN TEMPO DI ARROGANZA E DI TERRORE di Jürgen Moltmann
    La speranza cristiana è il potere di iniziare una vita nuova. «Nella mia fine vi è il mio inizio». E intendiamo: rialzarsi dopo la caduta e cominciare di nuovo. Ciò che è più difficile è rialzarsi e cominciare un nuovo inizio dopo il successo. Lo sviluppo del mondo occidentale, e ora del mondo moderno, è una storia-di-successo della mente moderna, scientifico-tecnologica. La sua globalizzazione dopo il 1989 in un unico mondo è stato un vero successo – per noi ma sfortunatamente non per tutti. Il tremendo fossato tra il Primo Mondo e il Terzo Mondo si è approfondito, milioni di migranti senza dimora sono in movimento e bussano alle porte dei paesi ricchi, la mortalità dei bambini in Africa è in crescita. I perdenti della globalizzazione del nostro mondo moderno reclamano il loro diritto a vivere e la libertà. Noi dobbiamo, credo, incominciare una “nuova globalizzazione”: un’azione globale contro la povertà e la fame, una liberazione globale dall’oppressione, e un rispetto globale per l’identità culturale. La globalizzazione per il domani significa la rinuncia all’arroganza del potere nel mondo occidentale e una solidarietà nella compassione con i feriti e i sofferenti sulla terra.


     ECCLESIA







    È  un momento imbarazzante per chi è cattolico. In Vaticano, ci sono stati errori di comunicazione, mancanza di consultazione, dichiarazioni con parole scelte male che hanno provocato reazioni violente nella stampa e interventi di un certo vigore da parte di dirigenti internazionali. Tutto ciò ha suscitato afflizione e scandalo in molti cattolici, compresi dei vescovi, e recato danno alla reputazione della Chiesa. Delle persone si sono addirittura chieste come avrebbero potuto continuare ad appartenere alla Chiesa.
    Restiamo perché siamo discepoli di Gesù. Credere in Gesù non significa adottare una spiritualità privata o un codice morale. È accettare di appartenere alla sua comunità. Coloro che lui ha chiamato a seguirlo camminano insieme. Secondo un vecchio adagio latino, Unus christianus, nullus christianus: un cristiano isolato non è un cristiano. Ma perché dovrei restare membro di questa Chiesa? Perché non potrei unirmi ad un'altra comunità cristiana le cui posizioni ufficiali o i cui modi di agire sono meno imbarazzanti? Con questo tocchiamo l'essenza di un modo cattolico di intendere la Chiesa. Fin dall'origine, Gesù ha chiamato nella sua comunità i santi e i peccatori, i saggi e i folli. Ha detto: “Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori” (Matteo 9,13). E continua a farlo, se no non avrebbe posto per una persona come me. Una comunità ammirevole di persone meravigliose e virtuose, che non facesse mai errori, non sarebbe un segno del Regno di Dio.
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    Non è facile - scrive Italo Mancini ad apertura del primo saggio (Forme di cristianesimo), raccolto in Tornino i volti (Genova 1989) - non è facile stabilire le forme e i modi in cui viene vissuto oggi il cristianesimo nella chiesa italiana».Neppure, però,... è impossibile vedervi in conflitto alcune “essenze”, che sono di oggi, ma indicative di un'inclinazione di sempre. Tanto per cominciare per allusioni, facendo ricorso al grande medio della memoria culturale, diremo subito che non è difficile rintracciare un modo o una essenza che viene detta cultura della presenza e i cui antecedenti possono essere rintracciati nel cristianesimo leonino fiorito sul finire del secolo scorso..

    Esiste poi un modo o un'essenza che possiamo chiamare cultura della mediazione, ossia una cultura cristiana che si preoccupa di stabilire forme di articolazione del messaggio evangelico con la storia e con la natura, con la realtà mondana in toto. Questa forma può essere fatta risalire alla lotta vittoriosa di Agostino contro il rigorismo donatista; essa è riuscita a imporre la conciliazione tra chiesa e mondo, fino all'imperium cristiano, per tutto il medioevo (e i suoi echi si ripercuotono fino ad oggi nella Democrazia Cristiana di De Gasperi e di Moro).

    Esiste, infine, un terzo modo o una terza forma essenziale, basata sulla logica del paradosso e della incoordinabilità; quello che dichiara impossibile una conciliazione tra vangelo e mondo, che risultano pertanto grandezze separate, incapaci di fondersi, pena il cortocircuito, o la disperata volontà di mordere nel granito. «Questo tipo di cristianesimo, che è il nostro, e per il quale Pascal detta la formula “far professione dei due contrari” e che Lucien Goldmann traduce nella formula di “rifiuto intramondano del mondo e appello a Dio”, corre lungo tutta la storia cristiana, talora in emergenza, talora ai margini e ghettizzata dalla cultura ufficiale. Minoritario, ma non emarginato, ha la logica multipla delle minoranze.., e non ha mai potuto essere ridotto al silenzio, come quello che esce dal cuore forte e vero del Vangelo» (pp. 35).

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    Nei giorni 22-24 aprile 2010 a Roma si è svolto il convegno nazionale “Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell’era crossmediale”, promosso dalla Commissione episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali ed è organizzato dall’Ufficio per le comunicazioni sociali e dal Servizio nazionale per il progetto culturale della Cei. Il sito Testimoni digitali, aperto per l’occasione, riporta le relazioni del Convegno. Noi ci limitiamo ad alcune: l’introduzione di mons. Mariano Crociata, Segretario generale della CEI, le relazioni di mons. Claudio Giuliadori, Presidente Commissione Episcopale per la Cultura e le Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Italiana  e di p. Antonio Spadaro, Redattore de La Civiltà Cattolica

    Sottolineiamo invece i passi più rilevanti del breve intervento di Benedetto XVI nell’udienza concessa ai partecipanti al Convegno. (continua)

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     Il documento “Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno”, diffuso dalla Conferenza Episcopale Italiana, a vent’anni dalla pubblicazione di “Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno”, rappresenta prima di tutto un’importante pagina di discernimento comunitario. I Vescovi italiani (e non solo del Sud), dopo un percorso attento di riflessione e condivisione (che ha avuto nel convegno di Napoli del febbraio 2009 su “Chiesa nel Sud, Chiese del Sud” un decisivo riferimento), ripropongono l’attenzione sul Mezzogiorno nella diversificazione delle sue aree e dei suoi problemi, ma anche nella sua caratteristica unitaria, inquadrando la questione nell’ottica della vita dell’intero Paese, con lo stile pacato ma profondo che si addice ad una ricerca senza “ricette pronte”, ma che sa di poter contare su alcune salde certezze che derivano dalla fede, dalla testimonianza operosa della comunità ecclesiale, dalla passione per il bene comune espressa nell’impegno di tanti credenti. (continua, il documento integrale in allegato )

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    Finora gli interventi più importanti della Chiesa in materia sociale erano stati pubblicati in occasione dell'anniversario della Rerum novarum di Leone XIII (1891). Così fecero Pio XI con la Quadragesimo anno (1931), Pio XII con il Discorso della Pentecoste (1941), Giovanni XXIII con la Mater et magistra (1961), Paolo VI con la lettera apostolica Octogesima adveniens (1971) e Giovanni Paolo II con le due encicliche Laborem exercens (1981) e Centesimus annus (1991). Vi furono, però, anche alcune eccezioni: la Pacem in terris (1963) di Giovanni XXIII, la Populorum progressio (1967) di Paolo VI e la Sollicitudo rei socialis (1987) che papa Wojtyla scrisse per commemorarne il ventennale.

    Ora, seguendo l'esempio del suo predecessore, Benedetto XVI pubblica la Caritas in veritate per commemorare il quarantesimo anniversario della Populorum progressio: «intendo rendere omaggio e tributare onore alla memoria del grande Pontefice Paolo VI, riprendendo i suoi insegnamenti sullo sviluppo umano integrale e collocandomi nel percorso da essi tracciato, per attualizzarli nell'ora presente» (n. 8; i numeri tra parentesi si riferiscono ai paragrafi della Caritas in veritate). Tuttavia, papa Ratzinger non si limita a commemorare, ma di fatto imprime un nuovo corso all'insegnamento sociale della Chiesa. Infatti, senza nulla togliere all'importanza della Rerum novarum, Benedetto XVI ritiene che gli insegnamenti della Populorum progressio siano più vicini ai problemi di oggi: «esprimo la mia convinzione che la Populorum progressio merita di essere considerata come "la Rerum novarum dell'epoca contemporanea", che illumina il cammino dell'umanità in via di unificazione» (ivi).

     

    Il testointegrale in versione pdf

    (iltesto integrale in versione pdf)

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    Q uando il Papa compie un gesto significativo e solenne, come è quello di un viaggio a Gerusalemme, lo compie a nome e in rappresentanza di tutta la Chiesa. Siamo dunque tutti noi che ci troviamo in preghiera con lui nella Santa Città. Questo viaggio del Papa è insieme un viaggio spirituale e un viaggio di buona volontà. E’ un viaggio spirituale, cioè un pellegrinaggio vero e proprio alle fonti della fede cristiana, cioè ai luoghi dove Gesù ha vissuto, è morto e dove è stato incontrato vivente dopo la morte.

    E insieme un pellegrinaggio verso la radice santa del patriarca Abramo, da cui procedono ebrei, cristiani e musulmani. Come viaggio di buona volontà, si propone di presentarsi ai fratelli nella mitezza e umiltà di Cristo, asserendo la disponibilità dei cristiani a collaborare pacificamente con tutti, purché vi siano le condizioni di tale collaborazione. Come viaggio di buona volontà non mira a successi diplomatici o politici, anche molto buoni in sé, come l’ideale della pace tra i popoli di quelle regioni, ma intende contribuire a porre le basi della buona convivenza e della mutua intesa che preludono una pacificazione tanto desiderata.

    Come pellegrino il Papa si colloca in quel flusso mai veramente interrotto di pellegrini che dall’inizio del cristianesimo in poi si sono succeduti in quella regione e hanno mostrato la radicazione gerosolimitana della Chiesa, insieme con la radicazione romana e quella universale, che vuole vedere tutti riuniti in una medesima comunione di chiese sorelle.

    Quando abitavo e vivevo a Gerusalemme, dove ho vissuto per sei anni e in cui continuo a vivere spiritualmente, a chi mi chiedeva: «Perché ha scelto di vivere a Gerusalemme?» rispondevo: «E quali sarebbero le ragioni per non vivere a Gerusalemme?». Noi siamo dunque tutti a Gerusalemme col Papa che tutti ci rappresenta e preghiamo per il buon successo del suo pellegrinaggio.

     (In allegato gli editoriali dei quotidiani del 10 maggio di Enzo Bianchi su la Stampa, del Direttore dell'Osservatore su il quotiano della Santa, di Francesco Paolo Casavola su il Messaggero e i discorsi di Benedetto XVI in Giordania, pubblicati su l'Osservatore Romano )

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    Don Sturzo, una testimonianza di prete.   

            Saluto di S.E. Mons. Mariano Crociata

    "Possiamo chiederci se don Sturzo è stato un modello di prete.È difficile dirlo. Certo non credo sia immaginabile né tanto meno auspicabile nelle odierne circostanze un prete segretario di partito. Ma forse questa domanda non è di particolare utilità. Posto che fu testimone credibile, e che è ancora, e forse più di allora, testimone credibile, che importa se possa essere o meno anche un modello? Non abbiamo, forse oggi più che mai, bisogno di credenti, e di preti, che sappiano vivere la fedeltà nell’immaginazione, nella scelta, piuttosto che nella mera ripetizione? E se ci poniamo in questa prospettiva, ecco che la memoria di don Luigi si rivela feconda per la vita; ecco che la istanza di fedeltà al Vangelo e alla Chiesa, che sta di fronte ad ogni battezzato e ad ogni prete, si fa più bella......Don Luigi, come ogni prete dovrebbe, si è speso per edificare il popolo, e per essere compagno degli uomini e delle donne di buona volontà. Non possiamo usare mezzi termini: noi oggi conosciamo una lunghezza, una altezza, una profondità ed una larghezza della vita cristiana di cui una parte ci è stata mostrata, ci è stata spalancata dall’opera e dal pensiero, dalla vita di don Luigi. Se la nostra fede e la nostra Chiesa respirano, se sanno respirare a pieni polmoni della libertà che questi tempi ci consentono e a cui quasi ci obbligano, se la fede non è impaurita dalla coscienza, questo è ancora merito suo. Come Rosmini, come Manzoni, come Montini, don Luigi ci ha aiutato a sondare nuove dimensioni di quella misura alta di umanità che è la santità, come spesso ci ha ricordato Giovanni Paolo II. Ed in più, don Luigi ci ha insegnato quanto sia vero che nella Chiesa si può edificare senza primeggiare, si può fare molto con poco potere. Di quale magistero e di quale edificante testimonianza è stato capace permanendo nel servizio, quello vero e pesante, quello spesso incompreso, non quello che si menziona solo come fosse un soprannome dato a cariche, prestigio, o visibilità! (testo integrale in pdf)

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    Gli appelli

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    Tra religione e fede esiste un rapporto più dialettico che alternativo. La fede infatti si esplica come una specie di coscienza critica della religione. Il cattolicesimo ufficiale oggi tende a presentarsi come religione soprattutto in relazione a tre riferimenti principali: l’affermazione secondo cui il Logos razionale fonda il tutto e si esprime nella legge naturale; la peculiarità paradigmatica della «storia sacra» ebraico-cristiana; la sua volontà di prospettarsi come la vera Chiesa. Una componente qualificante della fede è di presentarsi come memoria del kerygma originario che, lungi dal voler fondare una nuova religione, affermò una modalità di vita, resa possibile dall’annuncio, basata su una maniera specifica di percepire il tempo e di rapportarsi con il prossimo. Nei nostri tempi religione e fede sono diversamente sfidate dalle visioni cosmologiche, biologiche, valoriali e dalle prassi comunicative presenti nelle società. Per esemplificare, Piero Stefani si affida alla domanda su dove abiti Dio. La risposta a questo interrogativo apre il campo alla dimensione dell’accoglienza (e del rifiuto) e induce a riflettere sul comportamento richiesto ai credenti in relazione sia alla sfera pubblica propria di società pluraliste sia alla prassi intraecclesiale. «Si deciderà la Chiesa a cogliere la sua occasione storica e a riprendere la sua vocazione messianica?», si chiede in conclusione Giorgio Agamben. «Il rischio è che essa stessa sia trascinata nella rovina che minaccia tutti i governi e tutte le istituzioni della terra».

    Il testo dell'articolo  in formato pdf

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    Aggiornarsi: una sfida continua

    Con la scelta del titolo, 60 anni fa, la Rivista anticipava una parola che con il Concilio Vaticano II sarebbe divenuta programmatica per tutta la Chiesa: l'«aggiornamento», un processo continuo di riforma della Chiesa nel suo dialogo con il mondo, che richiede di essere in grado di cogliere i «segni dei tempi». Operazione non scontata oggi, in una società in cui la fede ha perso la sua rilevanza. Il nuovo Direttore mette in evidenza due punti cruciali di questo aggiornamento, a cui la Rivista intende continuare a contribuire: la partecipazione all'istituzione di una democrazia e l'impegno a favore di una cultura laica. (testo in pdf)

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    “Questi cattolici...” è una rubrica, curata dallo scrittore Fabio M. Serpilli, nella rivista “Sestante” di Senigallia sulla crisi attuale del movimento cattolico, sulla fine del cattolicesimo politico, sui tanti interrogativi nei riguardi della modernità e della vita ecclesiale. L’inchiesta di Serpilli, condotta su Internet e presto reperibile nel sito  www.fabioserpilli.it ,  si avvale di un ampio repertorio di risposte, circa duecento, e di un  primo approccio in “Sestante”. La rivista è stata presentata ai soci della cooperativa culturale di “Sestante” il 24 dicembre a Palazzo Mastai. L’argomento verrà trattato nella imminente conferenza stampa senigalliese di “Sestante”  in tema di politica e cultura nelle Marche. In febbraio, un convegno nazionale dei partecipanti all’inchiesta su “Questi cattolici...” si terrà a Senigallia, curato da Franco Porcelli e Fabio Serpilli.

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    Karl Rahner
    Il morire cristiano
    Giornale di teologia 341

    Editrice Queriniana, Brescia (UE) 

     

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    Promossa dalla Presidenza regionale delle Acli si è tenuta il 13 settembre a Montorso di Loreto, presso il Centro Giovanni Paolo II, la Festa regionale della Famiglia. All’iniziativa hanno preso parte numerosissimi Aclisti con le loro famiglie, che al mattino, mentre i bambini eranio impegnati in attività ludiche, si sono riuniti nel grande salone del Centro per partecipare alla tavola rotonda prevista dal programma.

             Dopo i saluti del sindaco di Loreto, Moreno Pieroni,  coordinata dal presidente regionale delle Acli, Marco Moroni, e dedicata al tema “La famiglia come risorsa”,  la tavola rotonda si è aperta con una ampia relazione di Paola Vacchina; dopo aver richiamato le difficoltà relazionali e materiali entro cui oggi si dibatte la famiglia, aggravate dalla crisi economica e dalle carenze del Welfare italiano, la vicepresidente nazionale delle Acli ne ha sottolineato l’irrinunciabile compito educativo ed il ruolo fondamentale svolto ancora oggi quale fattore di coesione sociale; ha infine chiuso la sua relazione richiamando le proposte delle Acli in materia di famiglia, incentrate su obiettivi come conciliazione dei tempi di lavoro, politiche della casa e servizi sociali, nuove forme di assistenza e, infine, precise misure di sostegno a livello fiscale.

             È poi intervenuta Stefania Benatti, assessore regionale all’Istruzione e alla Formazione professionale, che non si è limitata ad illustrare i principali interventi della Regione Marche a sostegno della famiglia e le misure prese negli ultimi mesi dalla Regione con il cosiddetto “pacchetto anticrisi”, ma ha toccato anche i temi più scottanti che oggi coinvolgono le famiglie marchigiane: i problemi della scuola, il lavoro delle donne, la crescita degli immigrati, l’invecchiamento della popolazione e l’aumento dei non autosufficenti; un intervento a tutto campo, quindi, con una prospettiva di fondo, indicata fin dall’inizio: la necessità di giungere a un nuovo modello di convivenza che metta al centro il lavoro e la persona umana.

             L’intervento conclusivo è stato svolto dall’arcivescovo di Loreto, monsignor Giovanni Tonucci, che, dopo aver analizzato le principali criticità incontrate oggi da tante famiglie, ha insistito sull’urgenza di recuperare il ruolo educativo della famiglia.

             Nel pomeriggio, la festa si è conclusa con la visita a Loreto e con la Messa nel santuario della Santa Casa, luogo simbolo della famiglia.

     

     

     



    | SEGNALAZIONI


    | SEGNALAZIONI


    Oggi la Chiesa cattolica è impegnata nel difendere la vita umana e si scontra con tecniche di manipolazione della vita. Ma questa discesa in campo, vista dalla parte dei poveri, lascia freddi e perplessi. Perché noi tutti individui e istituzioni siamo coinvolti nell’idolatria di mercato, causa di una quotidiana distruzione della vita in misure mai raggiunte per estensione e profondità. La campagna portata avanti con tutti i mezzi, mentre il continente africano agonizza, l’America Latina è paralizzata nel suo sviluppo, la gioventù dell’occidente cristiano è sempre più dominata dall’idolatria, ci fa pensare all’ironia evangelica che colpisce chi sputa il moscerino e inghiotte una trave. Oggi abbondano scrittori e scritti che mettono a nudo il funzionamento dell’idolatria di mercato e i suoi attentati alla vita. Anche senza fare lunghi studi in economia, un piccolo libro ci informa a sufficienza su questa guerra infinita che falcia milioni di esseri umani condannando alla fame, escludendo giovani forze dal lavoro perché “ridondanti e dunque da eliminare” (AA.VV., Economia come teologia?, ed. L'Altrapagina, Città di Castello - PG). I filosofi si sono svegliati scoprendo che i grandi progetti di organizzare le comunità politiche, pensati lontano dai reali bisogni umani, una volta calati nella realtà diventano assassini come il sistema liberale degenerato in liberismo del mercato. Le varie spiritualità cattoliche seguito dai laici nel tempo attuale sembrano non includere la responsabilità del mondo. Sono restate agganciate al dualismo greco, anima e corpo, anima che vive soprannaturalmente quasi estranea alla materia, corpo fatalmente esposto alla provvisorietà, al relativismo, senza considerare che il relativismo è diventato assoluto. Invano il Concilio ecumenico Vaticano II ha solennemente e infallibilmente proclamato che il centro della predicazione di Gesù è il Regno: “regno di giustizia, di amore e di pace” che deve avvenire nel tempo per l’impegno e la responsabilità dell’uomo, chiamato a renderne conto il giorno della seconda venuta di Cristo, alla fine dei tempi. Oggi autori molto letti e fecondi come Bauman, mediante analisi acute e profondo della società, mettono allo scoperto la nostra responsabilità.

    (il testo integrale dell'articolo in allegato)

    | SEGNALAZIONI




     

    Il fascicolo 5 del 2008 di Concilium  è dedicato all’analisi teologica dell’esperienza storica e contemporanea della migrazione , e sull’attuale fenomeno della migrazione in se stessa, mettendone in luce le emerge. La rivista cerca di identificare le sfide e le opportunità, in un contesto sempre più globalizzato, per l’esperienza cristiana di cattolicità, nonché per la teologia.

    Dal fascicolo riproduciamo, in allegato, il contributo del teologo americano Robert Schreiter “La cattolicità come struttura per affrontare la migrazione”. L’autore ricorda come nelle Scritture i racconti della migrazione sono spesso il luogo in cui avviene la rivelazione di Dio e in cui si manifesta la sua grazia. Il cattolicesimo ha una lunga tradizione da condividere: nelle stesse sue origini e nella sua essenza, esso è una chiesa transnazionale. E c’è anche un incessante dialogo tra diverse forme di cattolicità. L’Autore sostiene con forza che dalle esperienze della migrazione possano emergere una vita migliore e una più profonda spiritualità, ma anche quanto crudele e tragico possa essere il destino del migrante. Ecco perché la sensibilità cattolica non può ignorare l’urgente necessità di essere ecumenici e dialogici, soprattutto in relazione alle altre tradizioni religiose che sostengono la dignità e l’anima del migrante. Il dialogo religioso, dal punto di vista dei migranti, non è un dialogo tra esperti; esso cerca altri principi di dialogo. “Ero straniero e mi avete accolto”. Questa è la sfida per coloro che sono discepoli del Vangelo.

    | SEGNALAZIONI




    Ricorre il 24 marzo il 30° anniversario dell’uccisione di monsignor Oscar Romero. Nel Salvador la data è stata ora dichiarata “giornata della memoria” del grande vescovo latino-americano. Ma è una data memorabile per tutta la chiesa. Proponiamo un testo del teologo salvadoregno Jon Sobrino, pubblicato recentemente sul numero di “Concilium” 5/2009, con il titolo Padri della Chiesa in America Latina.

    Durante il funerale all’Università Centroamericana (UCA) di San Salvador (El Salvador) Ignacio Ellacuría disse: «Con monsignor Romero Dio è passato per il Salvador», e alcuni mesi dopo scrisse, molto opportunamente: «È stato un inviato di Dio per salvare il suo popolo»1. Da questa prospettiva teologale ci accostiamo a monsignor Romero, “Padre della chiesa”.

    Il testo integrale è leggibile nel sito Teologi@Internet   Forum teologico, a cura di Rosino Gibellini Editrice Queriniana, Brescia 161 (19/03/2010) ed è riprodotto in allegato

    | I TESTIMONI






































    (In allegato iltesto integrale inversioneintegrale) | MEDITAZIONI,RIFLESSIONI, ITINERARI


     

    Comunione, quando l'amore diventa comunità (Avvenire 13 Settembre)

     

    Come ci viene presentata la realtà della koinonía nel Nuovo Testamento, la norma normans del cristianesimo di ogni epoca? Innanzitutto la koinonía avviene solo grazie all’iniziativa di Dio: è la relazione di Dio Padre, Figlio e Spirito santo con il credente e con la comunità cristiana, resa possibile dall’umanizzazione di Dio; di conseguenza, la koinonía è l’alleanza tra i credenti, che trova la sua fonte nella comunione intratrinitaria partecipata alla comunità cristiana: la chiesa è koinonía di fratelli e sorelle, animata dalla comunione al corpo e al sangue di Cristo, segno della partecipazione del credente a tutta la vita del Figlio, riassunta nella sua passione, morte e resurrezione. In questo senso la koinonía è anche “comunione dello Spirito santo” (2Cor 13,13), attraverso la quale il cristiano si dispone ad abitare con Dio e a vivere come suo tempio.

     

    Veri cristiani si diventa: nel territorio. (La Stampa 20 settembre)

     

    Quali possono essere le vie di rinnovamento dei legami necessari alla testimonianza della fede e alla costruzione della comunità cristiana? I cristiani, proprio perché appartenenti alla città e alla società degli uomini, devono essere cittadini veri, leali e solidali con gli altri con-cittadini possono dare il loro contributo alla polis; devono dare il loro contributo all’umanizzazione della convivenza civile e alla realizzazione di una società sempre più segnata da giustizia e pace, di  rispetto della dignità della persona. Per a chiesa vi è una funzione “mediata” nei confronti della società, soprattutto attraverso la purificazione della ragione e il risveglio di forze morali; per i fedeli laici;vi è una funzione “immediata” nel partecipare in prima persona alla vita pubblica senza “abdicare – sono parole dell’enciclica Deus caritas est – alla molteplice e svariata azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale, destinata a promuovere il bene comune”.

     

    Senza rischio che fede è? (La Stampa 22 settembre)

     

    Può apparire paradossale la tentazione dell’ateismo, del nulla è costantemente in agguato anche, e forse soprattutto, per gli uomini e le donne di preghiera, per quanti vivono nella fede e nella salda adesione al Signore: anche loro possono giungere a lamentarsi del silenzio di Dio, a piangerne l’assenza e a invocarne una parola. Perché questo intrecciarsi della fede con il dubbio, perché sperimentiamo a volte la sterilità della fede e la fecondità del dubbio?

     

     

    (in allegato versione pdf)

     

     

    | MEDITAZIONI,RIFLESSIONI, ITINERARI














































    | XV CONGRESSO EUCARISTICO NAZIONALE ANCONA 2011


     

    Le proposte mensili di riflessione e il dialogo sono una modalità attraverso la quale  la comunità camaldolese si apre agli ospiti che frequentono il  monastero (come ospiti o  navigando sul sito)- Ogni mese Agapemarche segnalerà Pagina Aperta (rinviando al sito oppure allegando il testo) , come una forma di prossimità spirituale con gli amici padri camaldolesi . Come i monaci suggeriscono    potrete (potremmo), direttamente o attraverso il forum del nostro sito,comunicare le vostre riflessioni o i vostri commenti che saranno  pubblicati.dal nostro sito e sarano trasferiti a Fonte Avellana per loro  pubblicazione.

    | PAGINE APERTE DI FONTE AVELLANA




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