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La classe dirigente e politica italiana è in crisi, tra episodi di immaturità e incapacità tecnica. Un'analisi dura sull'eticità e la competenza dei leader di oggi
 Chi detiene il potere oggi in Italia è «umanamente povero», ha «scarsa formazione etica» e «scarse qualità tecniche per esercitarlo». È la tendenza in atto in ogni ambito della società italiana secondo Rocco D'Ambrosio, docente di filosofia politica alla Pontificia Università Gregoriana e alla Facoltà teologica di Molfetta, nell’ultimo numero (giugno) di Aggiornamenti Sociali (articolo in allegato)
Non si tratta di fare nomi e cognomi, ma denunciare una «crisi del potere», che supera i confini politici e riguarda ogni ambito della società italiana, dalla famiglia agli ambiti lavorativi, dalle associazioni culturali e sportive alle comunità religiose, dalle amministrazioni pubbliche alle organizzazioni nazionali e internazionali.
Dalla fine degli anni '70 si è formata una classe di dirigenti molte volte immaturi e incapaci, «il cui operato è segnato da un senso di superiorità nei confronti di leggi e procedure», oltre che dalla «mancanza di esemplarità nel comportamento pubblico e privato», fino ad arrivare - denuncia D'Ambrosio - ad essere coinvolti «in reati di corruzione e associazione a delinquere, anche di stampo mafioso».
La direttrice per migliorare la qualità degli attuali e formarne i futuri «resta quella della formazione-partecipazione-responsabilità»: significa che è ora di ritornare a scommettere sulla formazione, in famiglia, a scuola, nelle università, nei partiti, nell'associazionismo, alzando il livello etico e culturale ed educando «chi detiene il potere, prima di tutto, ad essere persona».
Come valutare allora la responsabilità di un leader? Attraverso diversi elementi, anche personali, inclusi «il suo progetto di vita, i fondamenti del suo pensiero, le modalità della sua azione, i mezzi» che utilizza per esercitare il suo potere». La responsabilità è quindi anche dei «collaboratori» e dei «seguaci», che devono verificare che il leader persegua il bene di tutti, altrimenti «si ha il dovere non solo di ritirare il sostegno, ma anche di opporsi. Usando il paragone del corpo - conclude D'Ambrosio - le membra sostengono l'attività del capo perché questo provvede ad armonizzare il bene dei singoli con il bene dell'intero organismo; se il capo è malato il sostegno non deve sussistere, ma va adottata una cura perché il capo superi la malattia».
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