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  • TACCUINO di Girolamo Valenza
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     EDITORIALE

    L’ultimo numero, corposo e denso, di Coscienza (periodico del MEIC) è attraversato (a partire da alcuni dei contributi del Congresso Meic di Padova), da una passione: quella di una vita pubblica capace di ispirare – o almeno di non contraddire – lo sforzo di tanti singoli, famiglie e gruppi di dare senso alla vita quotidiana, di coniugare la finalità naturale della convivenza civile con quello che, per i credenti, è un Oltre che non la nega, ma la porta a compimento e perfezione. Sta qui il nucleo della rilevanza pubblica del cristianesimo.

    Le cronache ci raccontano però una vita pubblica italiana diversa, dove gruppi occulti si sostituiscono al libero e trasparente dibattito pubblico, dove la Costituzione repubblicana (garanzia di una vita pubblica equilibrata) viene quotidianamente derisa – quando non è oggetto di vera e propria eversione –, dove i delinquenti possono essere impunemente chiamati eroi, dove tra “ladri e caramba” sembra quasi si invertano i ruoli e siano i primi a perseguire i secondi,dove il potere televisivo, intrecciato com’è a quello politico, ostacola la maggior parte degli italiani nel farsi una libera opinione e dove non vi riesce ci prova con la cosiddetta legge-bavaglio, dove l’arroganza di molti investiti della cosa pubblica dà l’impressione che per essi il servizio al bene comune si risolva nel servirsi dei beni comuni.

    In parallelo a questo, le basi economico-sociali del nostro Paese vengono investite da ambigue manovre finanziarie. A un contenuto buono (per esempio, la lotta all’evasione fiscale) si accompagna un messaggio inverso, proveniente dallo stesso esecutivo; a un messaggio almeno in parte buono (per esempio, la necessità di premiare il merito e l’efficienza) si accompagna un contenuto di segno contrario, i cosiddetti tagli lineari, che premiano le inefficienze. Il risultato è che invece di far concorrere quanti più cittadini possibile a uno sforzo comune, si continuerà a pensare che le imposte le deve pagare il vicino, che è lo stesso impegnarsi o lasciarsi andare, che federalismo significhi l’egoismo di singoli, gruppi, territori, e non un patto comune di crescita e sviluppo.

    Non è che altrove la vita pubblica sia rose e fiori, ma, come sta accadendo nella vicina Francia, è ancora possibile conoscere le eventuali malefatte dei potenti, indignarsi per i conflitti tra ruoli pubblici e interessi economici privati e familiari.

    Fino a che punto sapremo sopportare, quando non avallare, questo stato di cose? Anche la comunità ecclesiale è interpellata da questa domanda. Tra gli elementi fondanti di un’antropologia cristiana, tra i suoi principi non negoziabili, ci sono o non ci sono una vita pubblica sana, una legalità pubblica e privata intrise di eticità, una corrispondenza tra le parole che si pronunciano e le azioni che si compiono? Nei mesi che preparano la Settimana sociale di Reggio Calabria sarà bene cominciare a porre queste domande, cui il convenire di ottobre dovrà dare qualche risposta.

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    Dio nel cuore, Cesare nella città? La rilevanza pubblica del cristianesimo"

    Il titolo di questo nostro Congresso è composto da due parti. La prima è una frase interrogativa che, alla luce dei risultati di una accurata elaborazione teorica e, soprattutto, della molteplice esperienza cristiana, non esiterei a definire retorica. Infatti, sono passati i tempi in cui la scappatoia di concedere a Dio la sovranità sul privato della coscienza e attribuire all'autorità politica tutto il resto sembrava risolvere il dilemma dell'area di competenza delle due Autorità e al tempo stesso un comodo escamotage per ridurre all'insignificanza sociale la comunità ecclesiale, relegandola nelle sacrestie. Fortunatamente tale suddivisione non trova più il largo consenso che riscuoteva un tempo, almeno nella formulazione estrema del cuore e della città.

    L'accostamento delle parole 'Dio' e 'Cesare' evoca l'esortazione evangelica "Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio" che è riportata pressoché identica in tutti e tre i sinottici.

    Ma che cosa è di Cesare e che cosa è di Dio? Dove passa il confine delle risperttive  competenze? Forse proprio tra il 'cuore' e la 'città'? Il problema, così posto, sottintende un equivoco. Presuppone che le due Autorità siano al medesimo livello e debbano spartirsi la signoria su un territorio che si trova anch'esso su un unico piano. Così però non è. Dio e Cesare sono tra loro 'incommensurabili' (scusatemi il linguaggio matematico). Dio è trascendente mentre Cesare partecipa della realtà naturale delle cose. Cesare è parte dei tentativi che l'uomo fa per dare un ordine al proprio vivere associato. E' assurdo, allora, parlare di 'spartizione' di competenze. E' più corretto parlare di co-presenze gerarchicamente disposte.

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    Scrive Ilvo Diamanti, a conclusione di una delle sue “Mappe”, su “Repubblica”, qualche giorno fa: “Il tempo dell'elettore fedele è finito. Siamo nell'era dell'elettore scettico. Non è privo di valori, non è senza preferenze politiche. Ma ha bisogno di buone ragioni per votare un partito o un candidato. E prima ancora: per votare”. Nel suo editoriale di aprile, padre Giacomo Costa scrive: “Nel nostro Paese non mancano le persone seriamente impegnate nella costruzione di modelli di vita alternativi, che si interrogano autenticamente su come vivere insieme, che provano a declinare in una congiuntura tutt'altro che semplice i valori della solidarietà, della giustizia, della sostenibilità, e che accettano la sfida di cercare di costruire una società dal volto più umano per tutti coloro che la abitano […]. Anche fra queste persone sono evidenti i segnali di perplessità, scetticismo, sdegno e fastidio nei confronti della politica e ancor più dei politici. Tra i cattolici, non pochi, pur senza negare in teoria la possibilità di agire come credenti in politica, ritengono che nelle attuali condizioni ciò non possa di fatto accadere senza compromessi inaccettabili per chi vuol vivere in pieno il Vangelo. La tentazione di tirarsi indietro, non solo dall'impegno diretto ma anche dal voto, diventa sempre più forte a ogni elezione”.  (continua)

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    Evocare il regime è sbagliato, oltre che inutile. Mai come di questi tempi la libertà sembra correre veloce sulle reti globali. Eppure le istituzioni repubblicane stanno subendo una grave torsione autoritaria. Proprio mentre la politica nazionale perde peso sulla vita quotidiana dei cittadini e i loro stessi interessi. Si afferma il mito populista del Capo eletto direttamente a spese di un Parlamento soggiogato. Ma al tempo stesso lo Stato nazionale trasferisce quote crescenti di sovranità in alto verso l’Unione europea, in basso verso le istituzioni regionali e, come se non bastasse, la politica economica e monetaria è in gran parte requisita dalle grandi istituzioni finanziarie e dal mercato globalizzato. Il deficit democratico colpisce i corpi intermedi, a cominciare dal circuito partecipativo dei partiti, ma il potere centralizzato sembra più orientato a riprodurre il consenso che a guidare davvero le dinamiche sociali.

    È la grande questione democratica del nostro tempo. Che in una certa misura attraversa il mondo intero, ma che in Italia ha proprie peculiarità. La lunga transizione istituzionale, cominciata con i referendum elettorali e con il terremoto di Tangentopoli, non è stata capace di produrre riforme condivise. Anche se imperfetto, un processo costituente sorretto da un ampio consenso avrebbe almeno prodotto una legittimazione reciproca dei nuovi attori: la seconda Repubblica, invece, è rimasta un’incompiuta, con un bipolarismo che si è progressivamente ingessato, inglobando a caro prezzo nei governi le forze estreme e mostrandosi incapace di innovazione e di risposte riformatrici. (continua)


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    I Vescovi[i] prendono posizione e denunciano casi concreti  di inadempienze, di cattiva conduzione, di complicità criminosa nella conduzione della cosa pubblica- e lo fanno, a proposito dei recenti disastri ambientali, dovuti “all’incuria, al non rispetto dei vincoli o alla sottovalutazioni dei pericoli, a certa urbanizzazione irrazionale e incontrollata , alla mira del maggior profitto a scapito della sicurezza. Il malgoverno è all’origine di case che si sbriciolano, perché costruite con materiali scadenti, mietendo vittime innocenti, di  frequenti esondazioni  per le mancate sistemazioni e manutenzioni dei terreni e degli argini,  di frane che precipitano a valle colpendo  seppellendo intere borgate, di terremoti che amplificano la loro distruzione per costruzioni senza alcuna regola e con la frode. Tutto ciò viene allo scoperto a disastro avvenuto. Eppure non mancano indagini e conoscenze, non mancano norme e indirizzi di intervento, non mancano esperienze e buone pratiche.  Questi fatti succedono perché “ è venuta meno” l’etica pubblica della responsabilità, perché l’ottica del governo è quella a  breve, perché è frequente il lassismo, la regola del tutto si aggiusta, della regola intesa come opzione, e spesso la convivenza con il malaffare e  con gli speculatori., Il rischio (con amarezza possiamo dire la certezza)  è che le denuncie cadano nell’indifferenza. Le sciagure sono oggetto di emozioni brevi. Le responsabilità sono ricercate al momento……e poi cadono nel dimenticatoio.. e si continua nelle pratiche di sempre, a costruire nell’abusivismo, a speculare sulle aree, ricavandone rendite scandalose, drogando un mercato che impedisce di usufruire di un bene, del bene casa, che è un diritto sacrosanto.

    I Vescovi hanno chiesto la realizzazione dell’annunciato (da anni)   programma straordinario a favore del territorio, ricordando a tutti l’impegno morale più volte assunto in questa direzione, anche in forma solenne, dinanzi alle vittime di queste tragedie.  (continua)

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    Per le feste del Natale e del primo dell’anno, vorremmo dare prova di “lavorare nella vigna”, “di aderire all'invito narrato nella parabola dei due figli e di andarci sul serio”, e nel, concreto, testimoniare attenzione e solidarietà ai nostri fratelli che vivono nella povertà estrema; disagio psico-sociale, indigenza, immigrazione, gravi dipendenze, solitudine, mancanza di lavoro, assenza di una famiglia. In Ancona opera l’associazione “Servizio di Strada Onlus” che assiste i poveri nelle loro necessità, costruendo, assieme a loro, un “progetto” di sostegno e di ricostruzione dell’identità e della dignità di ciascuno di loro (una persona). “L’associazione “Servizio di Strada Onlus”, assieme alla Mensa del Povero, ai Missionari Saveriani e agli Avvocati di Strada, cerca di sviluppare attività che possano favorire il reinserimento sociale dei poveri, evitando che  passino l’intera giornata in strada: una compagnia teatrale, un complesso musicale, un centro culturale, un giornale. Attività dove i poveri sono i protagonisti: pensano, discutono, progettano e realizzano. Spesso, nella fase di recupero, i poveri vengono inseriti nel servizio notturno come operatori e, una volta usciti dalla strada, alcuni hanno scelto di diventare membri dell’Associazione (attualmente sono sei i soci usciti dalla strada)”

    Il Centro culturale ha pubblicato un libro scritto dai poveri: “Diploma in povertà laurea in strada” edizioni Guasco. Chi lo ha letto può dirvi la commozione provata di fronte a questi testi di grande umanità. Una prova sono i versi sopra proposti per il Natale E’ significativo che i ricavi della vendita del libro  saranno  condivisi con i terremotati dell’Abruzzo, testimoniando la loro solidarietà di poveri ad altri poveri “il loro farsi prossimi a chi, come loro, sa quanto vale una casa dove vivere con la propria famiglia”.

    Una tale intensa dimostrazione di solidarietà può introdurci provocatoriamente ed efficacemente alla lectio di lunedì 21 sul testo di Matteo 21,28-33

     

     Agli inviti del lavorare per il Regno (vigna) spesso, come credenti “obbedienti e devoti” rispondiamo con parole “impegnate”, ma solo con parole, parole, parole. Non basta: non chiunque mi dice: "Signore, Signore", entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. (Mt7,21). Al contrario “  "i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli Mt21,32-33)” E la via della giustizia non è forse quella  delle beatitudini (Mt.5) sulle quali saremo chiamati a rispondere nel giudizio finale (Mt.25,31-46)? In ultima analisi il nostro discepolato non deve continuamente confrontarsi con la generosità della vedova (Mc.12, 41),  con ll'incapacità di cambiare"vita"  del giovane ricco (Mt.19, 16-22) e con  la la lavanda dei piedi dell'ultima cena (Gv 13,, 1-19)?

    (continua)


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    Il Meic delle Marche ha organizzato dal 3 al 5 luglio, tre giornate di spiritualità a Fonte Avellana dedicate a “L’uomo e il creato”. In un lungo ed articolato dibattito si sono avvicendati uomini di cultura e monaci, docenti universitari e teologi: lo scienziato Carlo Cirotto, presidente nazionale del Meic, l’assistente nazionale e Rettore dell’Urbaniana don Cataldo Zuccaro, don Alessandro Barban priore dell’Abbazia, la biblista Rosanna Virgili, i filosofi Luigi Alici e Enrico Peroli, don Gabriele Miola docente di sacra scrittura, il priore di Monte Giove don Salvatore Frigerio, il teologo Daniele Cogoni, il docente urbinate Gastone Mosci, l’arcivescovo di Camerino Francesco Giovanni Brugnaro. A questi illustri ospiti è stato affidato il compito di “guidare” gli incontri in cui si sono articolati le giornate, organizzate da Mimmo Valenza, delegato del MEIC delle Marche. a cui hanno partecipato con contributi e comunicazioni, i docenti universitari Nicola Teleman (matematico),  Massimo Sargolini (urbanista), Roberto Esposti (economista), Marco Moron (storico e presidente regionale delle Acli), e ancora, il magistrato Vito D’Ambrosio, il consigliere nazionale  del MEIC e dirigente industriale Luca Romanelli.

    Circa sessanta i partecipanti, provenienti da Ancona, Fermo, Jesi, Senigallia, Pesaro, Urbino, Fano, Foligno e Perugia. Gli incontri, caratterizzati da momenti di preghiera e di ascolto della Parola (lectio divina) hanno avuto come tema “teologico” la relazione: Dio – uomo- creazione per   l’approfondimento delle grandi questioni dell’ambiente e dell’ecosistema. (continua)

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    Guardato nel suo insieme, il responso delle urne ci fornisce un quadro politico su cui è utile riflettere. Intanto non si sono registrate sostanziali variazioni, ma si hanno cambiamenti nella composizione e negli equilibri politici interni agli schieramenti.

    Dissolte le attese plebiscitarie della destra, viene confermata una netta prevalenza delle attuali forze di governo rispetto allo schieramento di centrosinistra. Anche se, nell’insieme, si ha un indebolimento sia del Pd che del Pdl, con una perdita sul totale degli aventi diritto: flessione pari, rispettivamente, a 4 e 3 milioni di voti. Se accanto a questo dato si considera l’aumento registrato dall’Italia dei Valori e dalla Lega, si possono formulare due considerazioni: la prima è il parziale indebolimento dell’idea del partito unico che trova una netta controindicazione. Una seconda considerazione è il radicamento delle forze meno moderate, i cosiddetti partiti “di lotta e di governo”, caratterizzati da proposte e accenti radicali, poco inclini alla sintesi, ma molto attenti e abili nell’intercettare le domande del territorio. Accanto a questo dato si registra l’aumento limitato di consensi da parte del centro rappresentato dall’UDC.

    Questi dati sottolineano le difficoltà di un quadro politico sostanzialmente bloccato dove le parti in causa non riescono a raccogliere consensi significativi né sulla strada di un bipolarismo tendenzialmente bipartitico, né nell’articolazione di un quadro tripolare.

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    Ci sono tre aspetti della questione immigrati con i quali occorre confrontarsi. Il primo è quello riguardante i cinque milioni di persone di origine straniera (di cui quattro milioni sono regolari e un milione irregolari) che vivono da anni in Italia, facendone un paese già multietnico. La politica del governo è volta a rendere la loro esistenza sempre più difficile mediante un ‘piano sicurezza’ che colpisce in particolare i ‘clandestini’; non tenendo conto del fatto, accertato da indagini di organismi ecclesiali, che nove immigrati su dieci hanno trascorso all’inizio un periodo di clandestinità, o vi sono tornati almeno temporaneamente per la fine dei permessi di residenza.

    Il secondo è quello che riguarda in particolare l’immigrazione clandestina dall’Africa, con le drammatiche vicende di questi giorni, con le operazioni di ‘respingimento’ dei barconi carichi di uomini, donne, bambini. Per il ministro dell’Interno si tratta di “una svolta storica”. In realtà è storia vecchia. Gli africani, prima li abbiamo schiavizzati per due o tre secoli, e quelli che morivano sulle terribili galere venivano sepolti nell’Atlantico (come quelli che scompaiono adesso nel Mediterraneo); poi per oltre un secolo li abbiamo colonizzati, per portargli via materie prime che servivano alla nostra industrializzazione; adesso non li vogliamo fra di noi, punto e basta. E l’Onu, le associazioni umanitarie, la stessa Chiesa dicano quello che vogliono.
    Le norme internazionali sul diritto all’asilo sono carta straccia. Li rimandiamo in Libia, incuranti del fatto che Tripoli non ha mai riconosciuto la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati; e del fatto che solo nel 2008 il 75 per cento di chi è giunto via mare in Italia ha chiesto asilo politico e che al 50 per cento di essi è stata concessa una forma di protezione internazionale. Dunque, prima di ‘respingerli’ occorre almeno verificare questo diritto.

    È appena uscito un libro-antologia, Fede, ragione, verità e amore (ed. Lindau, Torino), che raccoglie 37 scritti di varie epoche dell’attuale pontefice Benedetto XVI. Vi si legge questa frase: “Le società possono divenire cieche al diritto in vasti ambiti. Pensiamo alla cecità della società ‘cristiana’ di fronte al problema della schiavitù durante l’età del primo colonialismo; pensiamo alla cecità che, sotto la pressione della propaganda, dilagò nella Germania nazionalsocialista e negli stati retti a regime marxista. Per tale ragione i cristiani non devono facilmente abbandonare la società a sé stessa, (…) hanno il dovere di lottare per un diritto ‘giusto’”.
    Terzo punto, la politica. Quanto succede oggi è in funzione delle imminenti elezioni europee e amministrative e del referendum del 21 giugno. La maggioranza punta molto sulla paura e sulla sicurezza. Nell’autunno scorso monsignor Nozza, direttore della Caritas, scrisse sull’Osservatore romano: “La politica è creazione di opinioni non tenute al guinzaglio dell’opinione corrente; è capacità e coraggio di influire sul giudizio politico dei cittadini; è azione capace di operare perché si determinino cambiamenti nell’opinione pubblica imperante”, alla quale arrivano invece dalla politica “segnali contrari che – per mitigare le frustrazioni di chi vede riflesse nell’altro, nel diverso, le proprie insicurezze – alimentano un clima di paura e di intolleranza”.

     

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    L’Italia  ha il suo codice etico e spirituale nella Costituzione. Questo codice è il frutto della  confluenza delle anime culturali, che hanno cooperato alla ricostruzione fisica e morale del Paese dopo la tragedia della guerra e della dittatura: l'anima cattolica, quella liberale e quella socialista. È in particolare, però, al personalismo d'ispirazione cristiana che la legge fondamentale dello Stato repubblicano deve la sua fonte più ricca in materia di valori, compendiata nel cosiddetto Codice di Camaldoli, elaborato al termine di una settimana di studio (18-23 luglio 1943), tenutasi nel monastero di Camaldoli, presso Arezzo, da un gruppo di giovani cristiani desiderosi di pensare la crisi e il suo domani.

    Vi emergeva l'idea della centralità della persona nella futura organizzazione dello Stato e della sua economia nel quadro della corresponsabilità e della solidarietà nazionale. Un pensatore francese, Emmanuel Mounier, era andato raccogliendo intorno alla dignità dell'essere personale un'analoga visione del mondo: «La persona non è un oggetto: essa anzi è proprio ciò che in ogni uomo non può essere trattato come un oggetto...» (E. Mounier, Il personalismo, Roma 1964, 11s: orig. Paris 1949).

    La Costituzione Italiana afferma il principio della dignità assoluta della persona nell'articolo 2, dove afferma che «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo». Questi diritti sono considerati naturali, non creati giuridicamente dallo Stato, come fa intendere l'uso del verbo "riconoscere", che implica la preesistenza di essi rispetto alla loro formulazione giuridica. Al principio di singolarità si connette quello di uguaglianza, affermato nell'articolo 3 del testo costituzionale, secondo cui tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni sociali e personali, sono uguali davanti alla legge (uguaglianza formale) e devono essere in grado di sviluppare pienamente la loro personalità sul piano economico, sociale e culturale (uguaglianza sostanziale).

    L'importanza di questi due principi è evidente nel campo della tutela delle minoranze, dei lavoratori, dei sessi, dei diversamente abili, e oggi in modo speciale nel rispetto dovuto alla persona degli immigrati, quale che sia il loro stato giuridico di cittadinanza. Rispettare la dignità di ogni essere personale è il primo impegno cui chiama la Costituzione, in piena sintonia con l'idea cristiana dell'assolutezza, singolarità e pari dignità di ogni uomo o donna davanti a Dio e alla storia. È muovendosi con assoluta fedeltà a questo principio che la barca potrà essere costruita in modo da navigare sul mare della storia. La crisi non si supera se la persona, la sua dignità, il suo lavoro, la realtà dei suoi rapporti, non torna ad essere centro e misura dell'economia e della politica.

     (estratto da un articolo più ampio apparso Sole240re del 18 aprile 09, riprodotto integralmente in allegato)

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    Carissimi,

    con l’approssimarsi della S. Pasqua è tradizione che il presidente scriva per fare gli auguri a tutti e, al tempo stesso, per fornire qualche notizia sullo stato di salute del Movimento, per comunicare iniziative significative e, se del caso, proporre brevi considerazioni di ordine generale.

    In questi ultimi giorni di quaresima ognuno di noi si sta impegnando ad ampliare il tempo dedicato alla vita spirituale per ascoltare con maggiore attenzione quanto lo Spirito ha da dirgli. Vorrei tanto che in questa parentesi di silenziosa contemplazione fosse riservato un piccolo spazio anche alla nostra appartenenza Meic, momento significativo del nostro servizio alla Chiesa.

    Non credo che i tempi che stiamo vivendo siano molto peggiori o molto migliori di tanti altri che in passato sono stati segnati dalla presenza cristiana.

    Certo, abbiamo difficoltà ad incarnare il Messaggio, ma non più di ieri. Ci sembra di essere circondati da un ambiente sfavorevole, ma non viene messa in gioco né la nostra vita, né la nostra famiglia, né il nostro lavoro, come accade invece in altre parti del mondo. Insomma, viviamo tempi nei quali è possibile testimoniare a tutto campo con relativa libertà. Abbiamo, allora, il dovere di far fruttificare questa opportunità, vivendo con coerenza la nostra testimonianza e offrendo alla

    Chiesa un servizio sempre più qualificato.

    Tutti i Vescovi che ho incontrato da quando ho assunto la presidenza del Movimento hanno sottolineato la preziosità del nostro servizio ecclesiale.

    Impegnativo, certo, perché la carità intellettuale alla quale siamo chiamati esige coraggio, creatività e dedizione per affrontare adeguatamente un futuro che al momento si presenta caotico e problematico ma presto diverrà più comprensibile e darà frutti la cui qualità sarà proporzionale alla entità del nostro impegno attuale.

    Bando allora a paure, tentennamenti e pigrizie. Nell’azione ci faranno da guida le linee programmatiche offerte dal nuovo Consiglio, allegate a questa lettera. Il “Progetto Camaldoli”, che verrà pubblicato in extenso sul prossimo numero di Coscienza, dopo aver coinvolto il Movimento in un lavoro preparatorio largo e condiviso, sarà lo strumento che ci aiuterà ad affrontare i tanti aspetti problematici del presente.

    Riprenderemo quest’anno (24-26 aprile) la tradizione dei “Colloqui di spiritualità e cultura di Malmantile”. Ci chiederemo ancora una volta: “Chi è l’uomo?” e cercheremo la risposta nei Salmi. In quest’impresa saremo aiutati da una vera esperta, la prof.ssa Donatella Scaiola.

    L’altro appuntamento nazionale da non mancare è la Settimana Teologica. Verranno affrontate tematiche di grande attualità: etica, lavoro, economia, lette alla luce delle Scritture, della Tradizione e dell’esperienza viva di chi le coniuga quotidianamente. Si terrà a Pacognano, entroterra di Vico Equense, 300 m di altitudine, piante e verde a profusione e vista splendida sul golfo di Napoli.

    Periodo: dal 27 al 31 luglio. Il programma dettagliato vi sarà comunicato non appena disponibile.

    A conclusione di queste mie poche righe permettetemi di formulare a voi, ai vostri cari e a tutta la famiglia Meic i miei affettuosi auguri di una buona e santa Pasqua alla luce del Signore che muore e risorge. Don Cataldo, Costantino e Doriana uniscono i loro auguri ai miei.

    Vi abbraccio

    Carlo Cirotto

     

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    Il 18 marzo si è inaugurata la Scuola di Alta Formazione Etico-Politica, promossa dall’Arcidiocesi di Ancona-Osimo e organizzata dall’Istituto superiore di scienze religiose “Lumen gentium” di Ancona, collegato alla Facoltà di teologia della Pontificia Università Lateranense.

    Il prof. Giancarlo Galeazzi, direttore della Scuola, ha tenuto la prolusione, affrontando il tema “A servizio della città da cristiani laici” (Il tessto in vesrione integale in allegato PDF).

     Il relatore dà uno sviluppo, organico e stringente, alla classica distinzione mariteniana tra l’agire perché cristiani e l’agire da cristiani. Una distinzione che richiama la differenza dell’agire, a livello ecclesiale, e l’agire a livello secolare: il primo caratterizzato dall’unità della fede e il secondo dal pluralismo della politica.

    Galeazzi ha voluto dare alla Scuola, attraverso un programma di riflessioni teoriche e storiche, che occuperanno la prima parte del corso ( che si svolge da marzo – giugno 2009), di verifiche nella “prassi” dell’agire sociale, il compito di fornire, alla scuola del Concilio e nel solco della Storia e del Pesiero del Cattolicesimo democratico, valori e criteri all’impegno del cristiano.

    “Per comprendere il senso di tale impegno occorre tenere presente la loro specificità religiosa e insieme la specificità delle realtà mondane, la loro legittima autonomia. Pertanto, non si tratta né di voler prescindere dalla specificità religiosa del cittadino cristiano (si avrebbe un credente “dimidiato”) né di enfatizzarla (si avrebbe un cittadino “ipotecato”). Ma non si tratta nemmeno di rapportarsi alla cittadinanza in termini strumentali (che l’avviliscono) o totalizzanti (che l’assolutizzano). Dunque, occorre tenere correttamente presente la specificità cristiana, come occorre altrettanto correttamente puntualizzare le condizioni che ne rendano possibile l’esercizio in riferimento alla specificità politica. A questa doppia fedeltà è chiamato il laico cristiano: non è facile, ma è il suo compito.”

     

     

     

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