Relazione conclusiva Convegno delle Presidenze diocesane - Roma, 30 aprile 2007 Un cantiere a cielo aperto: l’Azione Cattolica tra passato e futuro Dieci passi verso l’Assemblea Luigi Alici Questo intervento non è una relazione vera e propria sul tema della prossima Assemblea, né potrebbe esserlo, dal momento che il percorso assembleare è ancora in fase di costruzione e dovrà essere precisato nei luoghi istituzionali in cui si esercita la vita democratica dell’associazione, a cominciare dai momenti di verifica nelle sessioni del Consiglio nazionale che saranno dedicate a questo passaggio. Mi limito quindi ad offrire una serie di spunti, articolati in dieci piccoli passi, che possono aiutarci ad utilizzare il ricco materiale contenuto nel fascicolo che presenta le linee programmatiche per il 2007-08: un anno che condurrà verso la XIII Assemblea, facendo allo stesso tempo memoria del 140° dell’Associazione. 1. Nel vincolo benedetto della comunione che ci è stata donata… Il primo passo non può che raccogliere e riproporre la profonda e viva esperienza di comunione che va riconosciuta e vissuta come un vero e proprio dono di grazia offerto in questo tempo a tutta l’Ac. Un dono che diventa particolarmente significativo e rilevante proprio nel secondo anno del triennio, in cui siamo ancora impegnati a coltivare la dimensione ecclesiale della speranza, ponendola sotto il segno del condividere. Questa stagione di straordinaria sintonia mi ha fatto sentire costantemente accompagnato, nel mio servizio associativo, dall’intera Presidenza nazionale e dal Collegio assistenti, in un cammino davvero comune e comunionale. È la sintonia che, proprio insieme alla Presidenza, abbiamo potuto avvertire visitando numerose realtà diocesane, soprattutto nel corso degli incontri regionali svolti all’inizio del triennio. Questo ci ha permesso di toccare con mano un’esemplare maturità associativa, che rappresenta per me proprio quella sorpresa di cui ha parlato in apertura di questo convegno Mons. Lambiasi. Il senso radicato e diffuso di una coralità condivisa, che in questo momento mi pare si possa considerare come il vero “distintivo” spirituale dell’Ac, quello che si porta appuntato nel cuore, è per noi un dono straordinario dello Spirito, che dobbiamo accogliere come un’autentica benedizione, fonte di gratitudine e di speranza. Speranza e gratitudine che ci aiutano a guardare in modo coraggioso e positivo a questo momento non facile della vita della Chiesa e della società, in cui, come potete immaginare, la “navigazione” associativa a volte diventa particolarmente problematica. Davanti a voi tutti debbo confessare, con il cuore in mano, che personalmente ho temuto in alcuni casi qualche reazione impropria da parte dell’associazione; lo Spirito, come sempre, non fa mancare i suoi doni – e non li farà mancare in futuro –, se continueremo a coltivare pazientemente questo straordinario habitat associativo che si chiama comunione. In questi giorni abbiamo parlato di Famiglia, piccola Chiesa, che costituisce una grande intuizione di Carlo Carretto. Forse oggi, parafrasando quel titolo, l’Ac dovrebbe scrivere collettivamente, con la sua vita associativa, un altro libro, che potrebbe intitolarsi Chiesa, grande famiglia. Spetta a noi trasformare questo clima in energia positiva, ricavandone una spinta in avanti ad andare incontro al Signore e a tutte le persone di buona volontà, evitando di farne un riparo consolatorio o, peggio, una forma di narcisismo associativo. 2. … ci impegniamo in un discernimento comunitario straordinario e coraggioso A partire da questa sintonia, che è un dono dall’alto al quale deve corrispondere il nostro impegno, possiamo compiere il secondo passo, che ci spinge a perseguire instancabilmente un’opera di discernimento comunitario, al quale deve corrispondere una forma di sinodalità associativa, come l’abbiamo chiamata nel nostro contributo al Convegno ecclesiale di Verona. Questo obiettivo è particolarmente importante nell’anno in cui ci avviamo verso la XIII Assemblea e che speriamo di concludere con un grande incontro in Piazza S. Pietro. In questo periodo stiamo cercando di comprendere “che ora è” nell’orologio della storia; nel Convegno ecclesiale abbiamo toccato con mano che il nostro “orologio” associativo non è in ritardo rispetto a quello dell’intera comunità ecclesiale. In quell’occasione, infatti, ci siamo sentiti perfettamente in sintonia con l’intervento del Papa e dei nostri pastori, con le relazioni e le introduzioni agli ambiti, e ben interpretati nei lavori di gruppo, dove abbiamo visto riconosciute, anche grazie alla rilevante partecipazione di nostri soci, le linee che faticosamente, e in maniera inevitabilmente perfettibile, stiamo cercando di elaborare. Abbiamo constatato che l’Associazione è profondamente consapevole del comune sentire del Paese, e riesce a vivere una fedeltà critica e propositiva nei confronti dell’intera comunità ecclesiale. A questo punto dobbiamo ricordare le parole del Signore: “A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più” (Lc 12,48). Al “molto” di comunione deve corrispondere quindi un “molto di più” di discernimento comunitario. Un discernimento libero da pregiudizi, da tic o da schemi superati; capace di porsi in ascolto dei nuovi modi di pensare, di giudicare e di vivere, che stanno riconfigurando il vissuto del paese; che sappia ascoltare tutti e non abbia paura di formulare diagnosi coraggiose e radicali. Non dobbiamo commettere l’errore di mitigare o “aggiustare” le diagnosi, nel timore che le terapie proposte siano troppo aggressive o troppo poco evangeliche. L’ottimismo, infatti, non appartiene al momento della diagnosi, che dev’essere guidato unicamente da un criterio di verità, ma a quello della prognosi, soprattutto quando i fattori di cura e risanamento non dipendono solo da noi. Per questo è essenziale mettere a fuoco correttamente il vissuto di ragazzi, giovani e adulti, e dire con chiarezza ciò che con il nostro microscopio associativo riusciamo a vedere. Bisogna quindi avere il coraggio di chiederci, onestamente, dove sta andando il Paese, dove sarebbe opportuno che non andasse e dove invece, a nostro giudizio, dovrebbe andare. In questo esercizio di discernimento dobbiamo guardarci almeno da tre pericoli: anzitutto non dobbiamo confondere la radicalità della diagnosi con l’aggressività della terapia; dinanzi ad un’umanità spaesata e abbandonata a se stessa, c’è bisogno di più Vangelo, non certo di meno Vangelo. In secondo luogo, non dobbiamo cadere in semplificazioni ideologiche, avallando l’idea impropria che vi siano diagnosi di destra e diagnosi di sinistra, tra cui dover scegliere; la fedeltà alla scelta religiosa è sempre un buon antidoto contro queste confusioni. Infine non possiamo pensare che sia sufficiente richiamarci passivamente alla storia associativa, nell’illusione che questo garantisca – quasi magicamente – un futuro all’altezza del nostro passato; dobbiamo invece, con grande umiltà, impegnarci in un discernimento rispetto al quale la tradizione non finisca per costituire un peso, ma sia e diventi una risorsa. 3. La grande tentazione di una cultura che riconosce l’io come il “figlio unico” di se stesso… Il terzo passo deve aiutarci a raccordare insieme discernimento comunitario e discernimento culturale. Un discernimento, cioè, che può assumere carattere popolare, senza divenire puro esercizio intellettualistico, così come ci insegnano con solo la tradizione associativa, ma anche il servizio offerto dal Centro studi, o dalle nostre riviste come Segno e Dialoghi. Nel compiere tale discernimento dovremo sempre più misurarci con un paradosso che pesa sul modo di pensare e di vivere dei ragazzi, dei giovani, delle famiglie: una cultura costruita in maniera unilaterale e sbilanciata sul versante dell’autonomia rischia di non accorgersi che l’autonomia, se intesa in senso improprio come assoluta autoaffermazione, genera soltanto anomia, cioè perdita del senso dei legami, delle norme, delle identità collettive. Insistendo sulla decostruzione, sulla destrutturazione, sulla disarticolazione, come modelli emergenti nel nostro tempo, la cultura odierna sta facendo all’individuo una falsa promessa, che non può mantenere e che per questo genera solo frustrazione: promettere al soggetto umano di essere l’origine di se stesso, o – per usare una metafora familiare – il “figlio unico” di se stesso, significa non soltanto abbandonarlo ad una solitudine narcisistica, ma anche immettere nelle vene profonde del paese un solvente che rischia di bruciare tutti i legami condivisi. In un mondo che scommette tutto sull’autonomia, è difficile introdurre il lessico cristiano dell’eteronomia, e cioè la possibilità di aprirsi ad una salvezza che giunge dall’alto, che precede il nostro “io” e custodisce il mistero della nostra origine. Nonostante una cultura che insiste giustamente sul valore e sul primato dell’altro, continuiamo a guardare all’altro senza scendere mai dal nostro piedistallo: “tutto il mondo intorno a te” ci ripete ossessivamente una pubblicità ammiccante e seduttiva. Come possiamo aprirci all’Altro in senso assoluto, se non riusciamo a riconoscere nemmeno il valore dell’altra persona? Forse, proprio in questa oscillazione tra autonomia e anomia sta lo spazio per un discernimento associativo che possa mostrare le ombre di una “cattiva autonomia” e le luci di una “buona eteronomia”. Va considerato, inoltre, che la cultura dell’autonomia ad oltranza cerca di compensare i suoi eccessi di libertà generando un ibrido mostruoso, che unisce insieme narcisismo e politeismo. Nella solitudine dell’io, si cerca invano di riempire il vuoto infinito di Dio con una miriade di surrogati idolatrici. D’Agostino e Lizzola hanno insistito su quest’aspetto: il primo ci ha ricordato che stiamo perdendo di vista l’orizzonte originario del “naturale”; il secondo ha messo in luce che stiamo smarrendo la consapevolezza di essere prima di tutto figli, figli di altri che ci precedono. In un testo molto interessante, Tommaso d’Aquino commenta così una tesi di Aristotele, in cui il filosofo greco affermava il carattere naturalmente politico dell’essere umano: “communicatio (…) facit domum et civitatem”. Potremmo tradurre: “Il comunicare edifica la famiglia e la città”; la traduzione, tuttavia, non esprime appieno il significato profondo di “communicatio”, che connota quel dialogo che nasce dalla consapevolezza di avere qualcosa in comune, cioè un dono (munus) che ci accomuna e un compito che ci precede. Proprio per questo, Tommaso aggiunge: “homo est naturaliter animal domesticum et civile”, ovvero l’uomo è un soggetto con un’identità naturalmente e originariamente costituita dal legame domestico e civile. Nel “codice genetico” della persona umana, cioè, sono presenti sia la casa che la città. L’uomo che si illude di essere il figlio unico di se stesso sta smarrendo quel “naturaliter”, ovvero la capacità di riconoscere un imprinting fatto di legami buoni, che trovano nella casa e nella città le forme naturali dell’esistere. 4. … ci fa dimenticare che l’amore è risposta pubblica ad un Altro che ci precede Come quarto passo dovremmo cercare di legare, nel discernimento comunitario, il tema del naturaliter e quello dell’amore: scoprire e annunciare, cioè, che l’uomo è “naturalmente” un soggetto che è amato e che ama. Il termine “responsabilità”, suggerito dal titolo del Convegno, indica precisamente la capacità e il dovere di rispondere: l’amore ci rivela che la libertà umana non è origine, ma risposta; risposta ad un Altro, quindi non una risposta privata, di me a me stesso, ma che abbraccia insieme pubblico e privato. Questo è quanto ha espresso sostanzialmente don Zuccaro, sostenendo che l’amore ri-genera ed è “forte come la morte”. Alla scomposizione delle relazioni umane, oggi prevalentemente vissute o proposte secondo il modello mercantile del contratto, accompagnato sempre da una serie più o meno lunga di clausole di revocabilità, l’amore oppone il principio della gratuità, che genera vincoli non effimeri di gratitudine. È proprio la gratitudine, infatti, il modo in cui gli umani rispondono alla gratuità. La responsabilità si gioca tutta in questa continua altalena di gratuità e gratitudine, in cui l’amore umano si scopre toccato da un brivido infinito. Questo dono nella famiglia si esprime attraverso un intreccio straordinario di relazioni, asimmetriche e simmetriche, cioè verticali e orizzontali. Fra le prime va considerata anzitutto la relazione con un Altro, che ci chiama alla vita per amore e ci dona la capacità di riamare, ma anche la relazione tra genitori e figli, che passa attraverso l’atto generativo e l’accompagnamento educativo. Dentro questa relazione verticale, si innestano quindi le relazioni orizzontali e paritarie tra fratelli e sorelle. Quando poi la famiglia si apre alla società ed invita i figli ad entrare nella società, si ripropone una relazione ancora asimmetrica tra famiglia e società. La famiglia è, infatti, “società naturale” perché precede ogni altra “società convenzionale”. La precede e la oltrepassa. Interrogarsi sulle responsabilità pubbliche dell’amore significa riconoscere la famiglia come un pilastro irrinunciabile del bene comune, proprio in quanto accomuna, in una forma originaria e unica, l’amore e la vita, il maschile e il femminile, il privato e il pubblico. Da questo legame, libero, stabile, vincolante, estremamente privato, addirittura intimo, nasce qualcosa di pubblico, anzi nasce qualcuno che è per tutti; qui si genera quella trama di relazioni filiali, genitoriali e fraterne, che è la prima scuola di virtù sociali. Senza dimenticare anche la cerchia più ampia dei valori della legalità, della giustizia sociale, della solidarietà, della pace si fonda sull’idea che siamo tutti figli di un’unica famiglia umana. Quest’intreccio di relazioni esige fedeltà, apertura alla vita e durata, per trasformarsi in una rete di legami buoni; una rete che diventa difficile riconoscere, e persino concepire, dentro una cultura che intende i rapporti di amore unicamente in senso emozionale, come fonte di gratificazione immediata. Sposarsi senza nemmeno riuscire ad immaginare che possa esistere un patto indissolubile, per il quale impegnarsi responsabilmente per tutta la vita, significa arrendersi a questo modello culturale, che di fatto annulla il senso stesso del matrimonio, introducendo nell’immaginario giovanile una forma nuova di poligamia: non più la poligamia tradizionale, ma una sorta di “poligamia differita”, che sposta la moltiplicazione delle relazioni coniugali dal presente al futuro. Una cultura dell’immediato tende a non accettare l’infedeltà, ma accetta l’idea di relazioni a termine, in un gioco di storie che cominciano e che finiscono, comandate unicamente dall’emozione: si può sempre cominciare un’altra storia, quando non si prova più nulla per lei (o per lui). Privatizzare la famiglia significa dimenticare che la famiglia socializza la persona. Privatizzare un bene comune non è mai un’operazione indolore, perché significa pubblicizzare l’individualismo. La famiglia non è un nobile residuo di archeologia sociale, che si possa tacitare con un obolo finanziario. Sul piano politico si debbono rimuovere tutti gli ostacoli, diretti e indiretti, che pesano sulla stabilità dell’istituto familiare, senza confondere una doverosa imparzialità delle istituzioni pubbliche dinanzi ai diritti individuali con una impossibile neutralità dinanzi al bene comune. Sul piano culturale, ci sentiamo impegnati ad essere sempre più presenti sulla piazza virtuale del dibattito pubblico, per alimentare una riflessione critica e aperta sul valore antropologico della famiglia e sulle responsabilità pubbliche dell’amore. Sul piano formativo vogliamo spenderci per una grande alleanza in favore della famiglia, che sappia trasmettere alle giovani generazioni, con una testimonianza di vita coerente e credibile, la bellezza di un messaggio fondamentale: l’amore che sceglie liberamente la via del matrimonio non è un passo indietro, ma un passo avanti, dal quale dipende la realizzazione personale e il futuro della comunità umana. 5. In nome della speranza cristiana che promette un futuro all’amore, oltre il male e la morte… Se la diagnosi deve essere radicale e non indolore, come conciliare questa radicalità con l’ottimismo della prognosi? Solo la speranza cristiana riesce a compiere questo miracolo, in compagnia delle altre virtù teologali della fede e della carità. La speranza non teme le sfide più rischiose e impegnative, ma – al contrario – dà il meglio di sé proprio quando si misura ad occhi aperti con l’eccesso del male e del negativo, come ha sottolineato d. Zuccaro. Quando tutto sembra finire, l’evento della resurrezione ci dice che, in realtà, tutto ricomincia. Davanti alle sfide che abbiamo dinanzi, come ci hanno ricordato anche D’Agostino e Lizzola, non dobbiamo lasciarci paralizzare dall’impotenza, sentirci a rimorchio della storia. Proprio da qui deriva la scelta di vivere i restanti cinque anni in cui verranno approfonditi e sperimentati gli Orientamenti pastorali Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, nel nome della speranza. La speranza si lascia ammaestrare dal mistero della resurrezione, ricavandone una promessa di ulteriorità per il nostro amore fragile e vulnerabile. Dentro quest’orizzonte di speranza dobbiamo collocare smarrimenti e disorientamenti, personali e associativi. Per tutti, dobbiamo essere e apparire, come singoli e come associazione, testimoni di speranza. 6. … chiediamoci: Che cosa lo Spirito si aspetta oggi, a 140 anni dalla sua nascita, da un’Azione Cattolica che s’interroga sull’attualità della scelta religiosa? Un’associazione che coltiva la virtù teologale della speranza, che è insieme dono e compito, grazia e responsabilità, deve avere il coraggio di porsi una grande domanda: che cosa lo Spirito si aspetta oggi dall’Azione Cattolica, a 140 anni dalla sua nascita? Dobbiamo quindi interrogarci sui nostri primi cento anni, ma anche su questi ultimi quarant’anni, che sono stati qualificati dalla scelta religiosa. È una verifica che va fatta in grande umiltà, senza indulgere a pre-giudizi o a schemi vecchi, che non ci aiutano ad affrontare bene nuove domande. A tale scopo, sarà bene anzitutto volgerci al nostro passato, ricostruirlo, conservarlo bene (nei nostri archivi) e farne oggetto di un dibattito, promuovendo incontri pubblici su quanto l’Azione Cattolica ha fatto o non ha fatto, nel bene e nel male, per il Paese. Occorre poi mettere a tema, serenamente, anche il futuro della scelta religiosa, tenendo conto che l’averla teorizzata e messa in pratica ci consente oggi non solo di non dover più scegliere tra l’Ac di Gedda o quella di Carretto, ma soprattutto di essere un luogo provvidenziale, nella Chiesa, che vuole mettere la comunione ecclesiale al riparo dalle interferenze del bipolarismo, evitando che il bipolarismo politico si trasformi pericolosamente in bipolarismo etico ed antropologico. La scelta religiosa non è una forma di agnosticismo culturale, ma una risorsa provvidenziale per il futuro dell’evangelizzazione, dal momento che impegna a rispettare la distinzione degli ambiti e la legittima autonomia dell’impegno politico, spendendosi in modo particolare in quella “terra di mezzo”, fra fede e politica, in cui si destruttura o si ristruttura la “questione antropologica”, nella quale convergono l’ordine degli affetti, il mistero dello spirituale, l’orizzonte dell’etica. Essa, inoltre, permette di non demonizzare i politici quando fanno scelte discutibili o che non comprendiamo; di accompagnarli con la preghiera e di tallonarli costantemente con la pazienza della misericordia e l’impazienza della profezia cristiana; di offrire loro un ambiente di comunione, nel quale la fraternità tra i battezzati prevale sempre sulle simpatie degli schieramenti. Mettere a tema la scelta religiosa significa chiederci non che cosa noi ci attendiamo dalla Chiesa, ma prima di tutto che cosa lo Spirito si attende da noi. La capacità di spendere positivamente il valore della scelta religiosa si misurerà non dal modo passivo e meccanico con cui potremo accontentarci di riproporla, ma dal passo avanti che sapremo compiere trasformando la cura della comunione in una nuova attitudine all’incontro; un incontro che avviene non nel nome di scelte che dividono, ma di promesse e di testimonianze che accomunano. 7. La popolarità come testimonianza di un cristianesimo visibile e condivisibile ci impegna a costruire ponti fra le due sponde che identificano la nostra vocazione umana e cristiana: Il settimo passo ci impegna maggiormente sulle scelte concrete che dobbiamo compiere. Per compiere queste scelte, non possiamo non partire da una rivisitazione della popolarità, intesa come testimonianza di un cristianesimo visibile e condivisibile. È un tema che non appartiene soltanto all’Azione Cattolica, ma che è emerso continuamente nel corso dell’ultimo Convegno ecclesiale. La popolarità, in un’accezione qualitativa, non quantitativa, non è un anacronistico desiderio di trionfalismo; indica, piuttosto, un cattolicesimo non elitario, ma diffuso, possibile, comunicabile. Ripensare il volto popolare dell’Ac oggi, in particolare, significa essere capaci di costruire un ponte tra teologia della creazione e teologia della redenzione, tra il mistero dell’uomo e quello di Cristo, tra la radice della nostra comune umanità, qualificata dall’intelligenza, animata dall’amore, affidata alla libertà, e la scoperta, la sequela e la testimonianza credibile del Risorto, che è la vera speranza del mondo. Fedeli allo stile laicale che contraddistingue la nostra Associazione, dobbiamo dunque imparare a costruire bene questo ponte, a farlo conoscere e rendere transitabile da tutti. È importante, a tale scopo, non impoverire la vita associativa, spingendola ad arroccarsi su una delle due sponde, se è vero che siamo nati come “specialisti della sintesi”, e che solo restando fedeli a questa integralità della vocazione associativa possiamo tendere alla “realizzazione del fine generale apostolico della Chiesa”, come ci ricorda il nostro Statuto all’articolo 1. Ogni ponte, per sua sua natura, deve collegare mondi altrimenti destinati a restare isolati o troppo lontani. L’Azione Cattolica, soprattutto oggi, non può ridursi ad essere una sorta di agenzia interinale di catechisti, né, al contrario, un centro studi che organizza convegni e vende sussidi. Deve piuttosto consentire al Vangelo di raggiungere le pieghe più nascoste e apparentemente impermeabili del vissuto, dove sono custodite domande troppo grandi per essere soddisfatte con risposte troppo umane. Solo in questo modo, aiutando tutta la comunità ecclesiale ad acquisire uno sguardo laico, che le consenta di scrutare dentro gli ambiti del vissuto senza colonizzarli, l’Ac potrà operare quella sintesi che caratterizza il proprium della scelta religiosa, costituito non da un arretramento, ma – al contrario – da un duplice passo avanti verso il Vangelo e verso la vita. 8. …ricercando nel cuore dell’uomo la radice di quel bene comune, che riunisce in sé i valori universali e irrinunciabili della vita e della pace; Proviamo allora ad esaminare nel dettaglio proprio una delle due sponde. A questo scopo, possiamo evocare due eventi ecclesiali che rappresentano per noi, allo stesso tempo, un riferimento e un impegno. Si tratta del Convegno ecclesiale di Verona e della prossima Settimana sociale, che verrà celebrata in autunno tra Pisa e Pistoia, e costituirà l’occasione per festeggiare il centenario dell’iniziativa, nata ad opera dell’Azione Cattolica locale. Ricordare i due eventi significa misurarci con la questione antropologica e con il tema del bene comune. Per quanto riguarda il primo aspetto, dobbiamo riconoscere che lo smarrimento che oggi ci fa sentire spaesati e frastornati è più radicale di quello sperimentato in altre epoche, perché i fattori che lo producono non sono esogeni, ma endogeni, non provengono tanto dall’esterno, ma dal cuore stesso dell’uomo, che, guardando dentro di sé, non riesce a riconoscere quella profondità spirituale alla quale è chiamato a dare una risposta. Collegato alla questione antropologica è il tema del bene comune, su cui verterà la Settimana sociale. In un’epoca in cui l’io si illude di essere origine di se stesso, infatti, il bene comune rischia di essere concepito prevalentemente come la somma aritmetica degli interessi o, nel peggiore dei casi, degli egoismi individuali. Esso, invece, ha un “valore aggiunto”, che lo rende irriducibile alla somma delle parti. Riflettere su questo significa cercare di comprendere che siamo accomunati da quel munus che ci supera e ci affratella, che possiamo scegliere solo in quanto ci oltrepassa. Occorre quindi contestare lo sdoppiamento selettivo dei valori etici di fondo, che porta a considerare “di destra” i valori della vita e “di sinistra” i valori della pace, e che, proprio per questo, non riesce a ritrovare la loro radice originaria nella questione antropologica. Questa è la grande sfida cui dobbiamo rispondere. Quando abbiamo elaborato un documento in vista delle elezioni politiche, abbiamo sollecitato a ricomporre tali valori proprio ricercando la loro origine nella persona umana, lasciando al legittimo pluralismo delle opzioni politiche scelte preferenziali – ma non esclusive – in un senso o nell’altro. Non possiamo, in sostanza, “appaltare” i valori della vita e quelli della pace ai diversi schieramenti politici, lasciando che vengano ridotti a slogan ideologici e unilaterali. Il medesimo richiamo lo ritroviamo nel Messaggio per la pace di quest’anno, in cui Papa Benedetto invita a cercare nell’uomo la “grammatica” naturale di quell’orizzonte di valori indisponibili da cui si possono articolare i due cespiti fondamentali della vita e della pace. Proprio sul tema del bene comune e dei valori irrinunciabili l’Ac ha svolto un importante seminario il 4 novembre 2006, con la partecipazione dei Consigli scientifici degli Istituti e della rivista Dialoghi. Vorremmo continuare a riflettere in proposito, perché tali valori, che costruiscono il bene comune a partire dal primato della persona, pur se non negoziabili, sono certamente argomentabili. Se alla politica è affidato il compito di tradurre tali valori in scelte concrete e coerenti, secondo un giudizio storico che legittimamente porterà a privilegiare alcune opzioni rispetto ad altre, a noi spetta invece la responsabilità di argomentare in modo integrato ed unitario l’orizzonte dell’indisponibile. Siamo, cioè, chiamati a scrivere il “dizionario” con il quale, nella città degli uomini, si riconosce il senso originario dell’umano. In questo senso, communicatio facit domum et civitatem. 9. …raccogliendo l’invito del Signore: “Andate! Io sono con voi”, che ci chiama a rinnovare e consolidare gli itinerari di cura della fede, integrandoli con esperienze nuove di ricerca e riscoperta della fede L’altra sponda da considerare è quella della testimonianza missionaria, riassunta nello stupendo e impegnativo slogan per il 2007/08: “Andate! io sono con voi”. Va chiarito che dovremo non tanto parlare di missione, quanto fare evangelizzazione. Come associazione siamo chiamati ad accettare una grande scommessa: consolidare, rinnovare, rigenerare gli itinerari di cura della fede che appartengono alla nostra tradizione non deve impedirci di integrarli con esperienze sempre nuove di ricerca e riscoperta della fede. L’Azione Cattolica, nata 140 anni fa per organizzare e formare i laici che la Gerarchia le affidava, oggi deve prima di tutto incontrare e annunciare. Questi i verbi che dovremo imparare sempre più a coniugare insieme: incontrare e annunciare, più che ricevere e custodire. Solo ponendo al centro della conversione personale e associativa l’incontro vitale con Gesù Risorto, luce della vita e fondamento della speranza cristiana, diviene possibile essere, diventare, riconoscersi testimoni. L’intero percorso di questo biennio, che ha coniugato contemplazione del Risorto e condivisione ecclesiale della speranza, ci rinvia quindi, quasi naturalmente, al primato della evangelizzazione, che l’Azione Cattolica s’impegna a mettere al centro di questo anno associativo, non come una tematica astratta, ma come una concreta dinamica missionaria, praticamente sperimentabile e audacemente sperimentale. Contemplazione e comunione si aprono naturalmente alla missione; non, come si chiarisce nelle Linee programmatiche, per Lui, ma dietro di Lui e con Lui. Le “Linee guida per gli itinerari formativi”, che abbiamo voluto intitolare, non a caso, Sentieri di speranza, danno attuazione concreta al capitolo V del nuovo Progetto formativo, e rappresentano un sussidio indispensabile per trasformare il progetto in processo. A questo sussidio vorremmo far seguire almeno tre approfondimenti, relativi agli itinerari di ricerca e riscoperta della fede, alle figure educative, alla vita del gruppo. L’obiettivo fondamentale resta sempre il medesimo: incontrare, testimoniare, annunciare. 10. In questo modo potremo edificare quel “cantiere a cielo aperto”, dove ognuno di noi può innalzare lo sguardo verso il mistero dello spirituale, sperimentare l’infinito nel quotidiano e annunciare ad ogni fratello e sorella: “Non sei lontano dal Regno di Dio!” Con l’ultimo passo torniamo al titolo di quest’intervento e all’invito a costruire un cantiere a cielo aperto. Questa espressione va intesa in senso letterale e metaforico: dobbiamo, cioè, spenderci per dare vita a un’Ac in cui ciascuno di noi, alzando lo sguardo, possa vedere il cielo. Proprio ieri Enrichetta Beltrame Quattrocchi mi ha confidato che sua madre le ripeteva spesso che bisogna imparare a guardare le cose “dal tetto in su”. Se vogliamo facilitare questo compito, dobbiamo “scoperchiare” le nostre associazioni, in modo tale che sia possibile guardare in alto senza dover uscir fuori, all’aria aperta. Il ponte che desideriamo edificare, infatti, può essere fondato solo nel mistero dello spirituale. In questi giorni affannosi e avvelenati dalla polemica giornalistica, uno degli articoli più intensi è stato quello di Enzo Bianchi, apparso su La Repubblica, in cui si invita a riconoscere nella spiritualità una vocazione propriamente e originariamente umana, in nome della quale possiamo incontrare tutti. L’associazione, quindi, deve essere un cantiere a cielo aperto, in cui ad ognuno si possa dire: “Vieni e vedi” e: “Non sei lontano dal regno dei cieli”. Per questo non dobbiamo avere timore di proporre l’Azione Cattolica, di proporre l’adesione, di proporre la nostra stampa. Un abbonamento a Segno o a Dialoghi può essere il primo gradino, solo apparentemente insignificante, in realtà molto importante, per avvicinare le persone a cui siamo legati da amicizia, riducendo le distanze rispetto alla proposta di un’adesione piena. Fondamentale può rivelarsi quella capacità di compagnia nella quale ritrovare insieme il gusto dello spirituale e il desiderio di condividere domande grandi. Dovremo mettere a frutto, a tale scopo, la risorsa straordinaria costituita da tutte le persone anziane che vivono con orgoglio la loro appartenenza all’Ac, domandando loro una grande preghiera per l’Azione Cattolica, perché in questo anno di verifica dell’autocoscienza associativa si possano perseguire un discernimento e una progettualità veramente lungimiranti. La capacità di proporre celebrazioni intense e vive, come quelle che hanno caratterizzato il Convegno, o esperienze artistico-spirituali, come l’oratorio su Nennolina o sui coniugi Beltrame Quattrocchi, possono essere altrettante esperienze di contagio spirituale, che vi invitiamo a ripetere nelle vostre associazioni, Nei momenti difficili della storia della Chiesa sono stati compiuti passi avanti significativi quando sono nate alcune figure profetiche di grandi santi, che hanno ricordato con una testimonianza di vita radicale ciò che era davanti agli occhi di tutti e nessuno riusciva più a vedere: il primato dello spirituale, l’altezza del bene, l’eccedenza del Vangelo. Oggi siamo sollecitati, ancora una volta, ad estrarre pazientemente dal Vangelo forme di vita “a cielo aperto”, attorno alle quali ricostruire il “progetto urbanistico” di una nuova città: una città dello spirito, abitabile da ragazzi, giovani e adulti, qui ed ora; una proposta, che permette a chi lo desidera di alzare lo sguardo e trovare il cielo. Come rifiutarsi dinanzi ad una proposta che dilata, anziché restringere, gli orizzonti dello spirituale? Per realizzare tutto questo, però, abbiamo bisogno di una generosa, straordinaria fioritura di santità. Così come, con grande coraggio, Giovanni Paolo II ha parlato di “strutture di peccato” (Sollicitudo Rei Socialis, 37), ovvero di forme di male che si cronicizzano, trasformandosi in entità parassitarie che vivono a spese di un organismo sano, allo stesso modo possiamo – forse in modo azzardato – parlare anche di “strutture di santità” e immaginare la nostra Azione Cattolica come una struttura associativa di santità. Una “casa” abitata da tanti santi, non può essere un luogo neutro: l’associazione, con la sua rete di relazioni, l’impegno nell’individuare nuovi responsabili, la fatica dell’esercizio democratico, è spiritualmente animata da persone che vivono la santità come esperienza feriale dell’infinito nel quotidiano. A noi è affidato il compito appassionante di trasformare il cantiere a cielo aperto in un cantiere di santità.